Il cinque giugno è la Giornata mondiale dell'ambiente. Per il Cansiglio, una ricorrenza come questa ha sempre un solo significato concreto: il parco che si invoca da decenni e non arriva mai. Vale la pena prendere sul serio quella richiesta. E per farlo conviene tornare indietro, agli anni in cui la tutela della natura è diventata una scienza e il Cansiglio uno dei riferimenti per molti biologi.

Nel nostro Paese gli anni Novanta sono stati fertili per la biologia della conservazione, la disciplina nata negli Stati Uniti negli anni Settanta con un obiettivo chiaro: conservare e, dove serve, ripristinare la biodiversità. Furono varate allora due leggi quadro che ci reggono ancora, la 394 del 1991 sulle aree protette e la 157 del 1992 sulla protezione della fauna selvatica omeoterma e sul prelievo venatorio. Arrivavano con una ventina d'anni di ritardo sulla scienza che le ispirava, ma davano finalmente alla tutela della natura un metodo, e non più soltanto buone intenzioni.

Furono anche gli anni in cui il Cansiglio divenne il nostro campo di ricerca. Su incarico del dottor Franco Musi, allora direttore dell'Azienda dei Parchi e delle Foreste del Friuli Venezia Giulia, lavoravamo sulla popolazione di cervi della fascia pedemontana tra Veneto e Friuli per capirne i parametri ecologici di base come l'areale e le dinamiche di popolazione. Qui abbiamo seguito i primi cervi radiocollarati, e qui abbiamo registrato anche il primo cervo bracconato. Lo strumento che serviva a conoscere un animale e il gesto che lo cancella, sullo stesso versante.

Fu in quegli anni che cambiò il modo stesso di pensare la natura. Tutelarla smise di significare conservare un paesaggio da godere e da fotografare, e cominciò a significare mantenere in funzione un ecosistema, cioè una rete di relazioni che produce qualcosa di reale: suolo, acqua, rinnovazione del bosco, popolazioni di specie selvatiche capaci di riprodursi da sole. Non più una cartolina da incorniciare, ma un sistema vivente di cui bisogna capire gli ingranaggi per tenerlo in vita.

Furono anche gli anni in cui alcune parole uscirono dalle accademie ed entrarono nei giornali. Si cominciò a parlare di crisi della biodiversità, di cambiamento climatico e di intelligenza artificiale. Tre concetti scientifici precisi che, lasciati gli addetti ai lavori, si gonfiarono in fretta di significati vaghi.

Trent'anni dopo siamo ancora lì. Continuiamo a chiamare biodiversità quella che è biodiversità agraria, cioè la varietà delle nostre colture e dei nostri allevamenti; cosa preziosa, indispensabile per la nostra sopravvivenza, ma un'altra cosa, un piccolo sottoinsieme di una realtà enormemente più vasta dalla quale lei stessa dipende. La biodiversità è la varietà della vita intera, delle specie selvatiche, degli ecosistemi e delle relazioni che li attraversano, non il numero di razze bovine o la varietà di mele su un banco di mercato. E continuiamo a confondere il clima con il tempo e a non sapere bene cosa intendiamo quando diciamo intelligenza artificiale. Le parole sono entrate nel linguaggio ordinario senza che entrassero le definizioni, ed è esattamente per questo che non ci capiamo: una parola che tutti usano e nessuno definisce non unisce, confonde.

Il Cansiglio è il caso da manuale. A trent'anni da quelle leggi discutiamo ancora se sia opportuno proteggerlo con uno strumento serio, un parco. Una domanda che, alla luce di tutto, dovrebbe essere chiusa da decenni.

E ammesso che qualcuno si decida e un parco finalmente lo istituisca, viene da chiedersi la stessa cosa di sempre: di quale parco stiamo parlando. Un parco che tutela la funzione, cioè le relazioni che tengono in piedi la foresta, le popolazioni, i cicli del suolo, la capacità del bosco di rinnovarsi? Oppure un parco che tutela una cornice, un perimetro su una mappa e un nome da stampare sulle etichette?

E la domanda non è oziosa, perché il punto sono proprio i confini. I cervi che seguimmo allora con il radiocollare ci dissero subito una cosa scomoda: l'areale di quella che chiamavamo "la popolazione del Cansiglio" arrivava fino a Fregona, a Fontanafredda, a Barcis, sconfinando largamente oltre la Foresta. Era una popolazione, non un panorama, e i confini del bosco per lei non esistevano. Possiamo allora davvero credere che i limiti di un'area protetta coincidano con perimetri che hanno senso per la botanica o per la gestione forestale, ma nessuno per la zoologia? La biodiversità è fatta per circa l'ottanta per cento di specie animali, ed è a loro che lo sguardo di chi conserva dovrebbe rivolgersi per primo. Ogni perimetro che le ignora protegge una carta geografica, non le specie selvatiche.

Perché gli strumenti scientifici per misurare e sostenere la funzionalità di un ecosistema li abbiamo da quarant'anni. Sappiamo come si valuta lo stato di una popolazione, come si legge la rinnovazione di un bosco, come si capisce se un sistema regge o si sta spegnendo. Non ci manca la scienza. Ci manca la volontà di usare le sue parole per quello che significano davvero. Un parco che non sa definire ciò che protegge non tutela un ecosistema: apre l'ennesima bottega che vende i prodotti del territorio.

Allora, un radiocollare serviva a sapere come viveva un cervo, non a far sembrare che ce ne occupassimo. È tutto quello che continuiamo a chiedere a una parola come parco, o biodiversità, o ambiente: che dica una cosa vera, e che quella cosa si possa verificare.


Paola Peresin

Biologa della Conservazione della Natura, esperta di fauna selvatica.