All’inizio di dicembre, secondo la ricostruzione fatta dai sanitari con la famiglia, è entrato in Italia a bordo di un’automobile di ritorno da un viaggio turistico in Marocco un meticcio fulvo e bianco senza passaporto, senza controlli veterinari, senza quarantena. A fine maggio quel cane è morto a San Giacomo di Veglia, frazione di Vittorio Veneto, dopo aver morso la sua proprietaria.

L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, centro di referenza nazionale per la rabbia, ha confermato la diagnosi e ha fatto una cosa che la divulgazione tende a trascurare ma che è il cuore della vicenda: ha identificato l’origine del virus, il Marocco, dove la rabbia è endemica. Non un focolaio risvegliato nei nostri boschi, non una volpe, non un pipistrello. Un animale domestico, amato abbastanza da essere portato a casa attraverso il Mediterraneo, e infetto.

Da quel singolo evento si misura il peso di una parola tecnica che raramente arriva al lettore: 'traslocazione'. È il cambiamento, per mano umana, del normale areale di un animale, e gli epidemiologi la conoscono come uno dei motori più affidabili della riemergenza delle zoonosi, le malattie che passano dagli animali all’uomo. La letteratura sulla rabbia, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, ne è un catalogo. L’epizoozia da procione, un’epidemia animale, che dagli anni Settanta ha invaso il medio Atlantico statunitense sarebbe partita dalla traslocazione di animali infetti da un focolaio del sud-est; nel 1994 alcune migliaia di pipistrelli furono importati negli Stati Uniti per il commercio di animali da compagnia, con il timore esplicito di introdurre lyssavirus nuovi, il gruppo di virus a cuiappartiene la rabbia, e di spiazzare le specie autoctone. L’Europa ha la sua versione, più vicina a noi nei modi e nelle date: nel 2008 un cane importato illegalmente dal Marocco trasmise la rabbia ad altri cani in Francia, e quel singolo animale fece perdere a un intero paese lo status di indenne fino al 2010. Ogni volta lo schema è identico. Non è la natura selvatica che invade lo spazio umano. È un desiderio umano, estetico o affettivo, che trasforma un animale in vettore e lo spedisce dove il suo virus non era mai stato.

Questo capovolge la storia che ci raccontiamo. La fauna selvatica viene quasi sempre descritta come la sorgente del contagio, il serbatoio oscuro da cui salta fuori la malattia: il pipistrello, il cinghiale, la volpe. È una narrazione comoda perché tiene la colpa lontana dalle nostre abitudini. La biologia della conservazione racconta da decenni anche la direzione opposta, e con esempi che dovrebbero togliere il sonno. Un lavoro ormai classico, pubblicato su Science nel 2000, classifica le malattie emergenti degli animali selvatici e mette al primo posto proprio lo spillover dagli animali domestici verso le popolazioni selvatiche vicine. Gli stessi autori sono tornati sul tema quasi vent’anni dopo, solo per constatare che il quadro non era cambiato: la conoscenza delle cause era migliorata, ma a livello politico non si era fatto quasi nulla.

Il lupo etiope, uno dei canidi più rari del pianeta, viene periodicamente decimato dalla rabbia e dal cimurro che escono dai cani domestici dei villaggi: in alcune epidemie ha perso tre quarti degli individui di una popolazione, e nessun serbatoio selvatico è mai stato trovato, solo cani. Nel 1994 il cimurro dei cani domestici è entrato nei leoni del Serengeti e ne ha uccisi circa un terzo. I licaoni (l’African wild dog), figurano tra le specie spinte verso il collasso da virus che noi consideriamo banali perché vivono nei nostri salotti. Esiste una parola per tutto questo, coniata da chi studia queste dinamiche: pathogen pollution, inquinamento da patogeni. L’idea è che l’attività umana spinga agenti infettivi dentro nicchie ecologiche dove non erano previsti, esattamente come si versa un solvente in una falda. Un articolo del 2021 sulle aree protette alpine applica la stessa logica al nostro territorio, e il sospettato principale è il cane.

Conviene fermarsi qui, perché è il punto che riguarda Vittorio Veneto più di ogni altro. L’Italia è ufficialmente indenne dalla rabbia dal 2013. Quel risultato non è un dono della natura: è il frutto della lunga emergenza del Triveneto tra il 2008 e il 2011, quando il virus circolava nelle volpi e fu spento con campagne di vaccinazione orale capillari e una sorveglianza che ha funzionato. La rabbia silvestre delle nostre volpi è stata cancellata con anni di lavoro pubblico. Vale la pena mettere le due perdite una accanto all’altra. La Francia perse lo status di paese indenne nel 2008 per un cane importato; l’Italia lo aveva ceduto, in quegli stessi anni, dalle volpi del confine orientale. Due porte diverse sulla stessa stanza, e a Vittorio Veneto rischiano di aprirsi insieme. Un cane importato senza controlli è precisamente il tipo di evento che può reinnescare il contagio. Il rischio immediato per le persone è quello che fa notizia, e va preso sul serio; il virus passa con facilità da cane a cane, meno verso altre specie, ma ogni animale positivo può diventare una via verso l’uomo. Il rischio più lento, e più caro, è che la variante torni a installarsi nella fauna selvatica, da dove sradicarla è enormemente più difficile.

I numeri della risposta dicono il resto, e dicono che la prevenzione costa anche quando funziona, soprattutto quando funziona. A Vittorio Veneto sono state messe in profilassi una trentina di persone, ventidue delle quali con immunoglobuline; sono stati ordinati alla vaccinazione circa quattromilaquattrocento cani e novecento gatti; alcuni cani che avevano semplicemente giocato con l’animale infetto sono stati isolati per sei mesi. È la versione locale di una contabilità che la letteratura americana descrive su scala continentale, dove la prevenzione della rabbia vale tra i duecentotrenta milioni e il miliardo di dollari l’anno, dove un solo gattino rabido ha portato al trattamento di oltre seicentocinquanta persone, dove la spesa di due contee è raddoppiata in due anni con l’arrivo dell’epizoozia e l’ottanta per cento è finito nei vaccini degli animali da compagnia. C’è poi una voce che nessun bilancio registra mai: il trauma di chi viene morso, gli animali soppressi, la fiducia incrinata in un territorio che si era abituato a considerarsi al sicuro. La rabbia uccide oggi pochissimi esseri umani nei paesi che la controllano. Costa moltissimo proprio perché la controlliamo.

Resta una domanda scomoda, ed è meglio lasciarla aperta che chiuderla con una morale. Quando portiamo a casa un animale da mille chilometri di distanza pensiamo di compiere un gesto d’amore, e quasi sempre lo è. Ma l’amore non disinfetta, e il confine tra l’affetto e il vettore è sottile quanto un microchip mancante. Il contagio che temiamo non arriva dal bosco. Arriva dalla macchina parcheggiata in cortile.


Paola Peresin
Biologa della Conservazione della Natura, esperta di fauna selvatica.

Fonte: qdpnews.it 02.06.2026