L'Università di Padova, Regione Veneto e a Veneto Agricoltura studiano una rete di dissuasori luminosi e sonori governati dall'intelligenza artificiale, capaci di riconoscere il lupo e di cambiare continuamente suoni e colori per non annoiarlo. Sullo sfondo, come promessa per il futuro, c'è un cane-robot che pattuglia i pascoli. L'idea è presentata come una sinergia fra robotica e tutela della biodiversità. A me sembra soprattutto un equivoco, e vale la pena capire da dove nasce.
Quando la macchina ci sostituisce
Che una macchina possa fare il nostro lavoro è un'idea vincente, e l'ultimo secolo lo ha dimostrato in abbondanza. Dalla lavatrice al braccio meccanico della catena di montaggio, i robot hanno funzionato ogni volta che il compito era chiaro e il risultato misurabile. Lavare o saldare: la macchina non deve capire nulla, deve solo eseguire.
Quando la macchina ci educa
Più complicato è pretendere che una macchina cambi il nostro modo di stare al mondo, che ci renda più consapevoli o più responsabili. Negli anni Novanta il Tamagotchi ha fatto da esperimento di massa involontario. Quel pulcino digitale ha mostrato una cosa vera sulla nostra psicologia: proviamo senso di colpa e senso del dovere persino verso un oggetto, purché sembri avere bisogno di noi. Ma non ha formato una generazione di adulti più premurosi. Ci ha piuttosto abituati a rispondere ai richiami dei dispositivi, con lo stesso riflesso con cui oggi afferriamo il telefono al primo segnale di notifica.
La lezione è semplice. Quello che otteniamo dall'interazione con una macchina dipende da noi e dallo scopo che le assegniamo. La macchina non porta con sé un senso; lo riceve.
Il mondo del lupo non è il nostro
L'errore del cane-robot sta nel trasferire questi successi, nati dentro le nostre teste e le nostre fabbriche, nella testa di un'altra specie. Presuppone, senza dirlo, che il lupo guardi il pascolo come lo guardiamo noi: una scena illuminata, fatta di sagome e di colori, in cui una figura a quattro zampe con la coda è per definizione un cane. È la fisica dei cartoni animati, dove il coyote resta sospeso nel vuoto finché non si accorge che sotto i piedi non c'è più terra. Sullo schermo ci fa sorridere. In un progetto di ricerca finanziato con denaro pubblico dovrebbe preoccuparci.
Quasi un secolo fa Jakob von Uexküll ci ha insegnato che ogni animale abita un proprio ambiente percettivo, ritagliato dai suoi sensi e dai suoi bisogni, e che di quel mondo noi vediamo soltanto l'involucro. Il lupo vive anzitutto attraverso il naso e l'orecchio. Distingue i colori meno di noi, ma coglie il movimento nella penombra e ascolta frequenze che a noi sono negate. Il suo mondo non è una scena: è una mappa di odori e di relazioni, dove ogni presenza ha una storia chimica e un posto nella gerarchia. Per lui un cane non è una sagoma che si muove. È un individuo che marca il territorio, che comunica attraverso posture diverse, con movimenti di parti del corpo ognuna ricca di significati, che appartiene a un gruppo e difende qualcosa. Un cane da guardiania comunica tutto questo a un lupo che lo scorge, senza abbaiare una volta. Un automa di metallo e plastica, per quanto somigliante ai nostri occhi, anche se lo copriamo di pelo e lo dotiamo di feromoni, a un lupo non racconta niente di vero: un odore spruzzato non fa una gerarchia, e un pelo sintetico non sa assumere una postura. Nel mondo del lupo, semplicemente, non esiste come cane.
Ignorarlo non è una svista tecnica. Significa dimenticare il fondamento stesso della biologia del comportamento: cervelli diversi costruiscono mondi diversi, e misurano lo spazio e il pericolo con unità che non sono le nostre. Chi progetta un dissuasore per il lupo partendo da ciò che a un uomo sembra un cane non sta facendo scienza, e nemmeno quella tecnologia che della scienza dovrebbe essere l'ancella. Sta disegnando un fumetto con gli strumenti del laboratorio.
Costruiamo un cane che sembri un cane a noi, e poi ci aspettiamo che il lupo lo veda con i nostri occhi. È un errore che non perdoneremmo a uno studente al primo esame di zoologia.
La premessa sbagliata
C'è poi la premessa da cui tutto parte: le protezioni tradizionali, recinzioni elettrificate comprese, funzionerebbero solo per poco, perché il lupo finisce per abituarsi. Qui bisogna distinguere. L'assuefazione esiste davvero, ma riguarda gli stimoli che non portano con sé alcuna conseguenza: un suono o una luce. Il lupo impara presto che non succede nulla e li ignora. È il destino, ben documentato, dei dissuasori puramente sensoriali.
Un recinto elettrico che funziona è un'altra cosa. La scossa è una conseguenza reale, e nessun animale si abitua al dolore. Quando un recinto fallisce, quasi sempre è perché la tensione è bassa, la vegetazione scarica il filo o qualcuno ha lasciato un varco. Lo stesso vale per i cani da guardiania, che proteggono le greggi almeno da ventiquattro secoli: testi latini ne descrivevano già la scelta e l'addestramento. Non conosciamo una sola "assuefazione" del lupo a un buon cane da pastore ben inserito nel gregge.
Il paradosso, allora, è che per risolvere un problema di abitudine si punta proprio sulla categoria di strumenti che all'abitudine è più esposta. Variare colori e frequenze può rimandare il momento in cui il lupo capisce che la luce non morde. Non può cancellarlo.
E allora perché?
Se i cani funzionano e i recinti funzionano, a patto di farli funzionare, la domanda non riguarda il lupo. Riguarda noi. Forse è più facile finanziare un prototipo che porta la parola "intelligenza artificiale" nel titolo che pagare la manutenzione di una recinzione o il mantenimento di cani da pecora abruzzesi. Forse è più rassicurante immaginare un futuro in cui la convivenza con la fauna selvatica si delega a una macchina, anziché accettare che richieda presenza costante e conoscenza degli animali.
Una parola, infine, sulle etichette. Ecologico e biodiversità sono termini preziosi, e proprio per questo meritano cura. Dal 27 settembre è pienamente applicabile la direttiva europea 2024/825, recepita in Italia con il decreto legislativo 30/2026, che vieta nelle comunicazioni commerciali le asserzioni ambientali generiche come "ecologico" o "verde" quando non sono sostenute da prove verificabili. Un progetto universitario non è un prodotto in vendita, e la norma non lo riguarda direttamente. Il principio però vale anche per chi fa ricerca e per chi la racconta: un aggettivo ambientale si dimostra, non si dà per scontato. Una rete di moduli elettronici lungo i pascoli ha i suoi costi in materiali e in manutenzione, mentre un cane da guardiania chiede cibo e cure; e luci e ultrasuoni nella notte raggiungono anche animali che con il lupo non c'entrano. Può darsi che il bilancio risulti comunque favorevole. Sarebbe bello vederlo misurato, prima di leggerlo nel titolo.
Il lupo, intanto, continuerà a fare il lupo. Saremo noi a dover decidere se vogliamo davvero capirlo o soltanto spaventarlo con qualcosa di nuovo.
Paola Peresin
Biologa della Conservazione della Natura, esperta di fauna selvatica.