PESCASSEROLI - Dieci esemplari di lupo appenninico morti in pochi giorni tra Pescasseroli e Alfedena. La Procura di Sulmona ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di uccisione di animali protetti. L'ipotesi è quella dell'avvelenamento. (Fonte Il Messaggero)

A seguire, un commento di Paola Peresin - Biologa della Conservazione della Natura, esperta di fauna selvatica.

Il caso nei social dei dieci lupi avvelenati dove crediamo a tutti senza fidarci di nessuno

C'è un paradosso che attraversa il nostro tempo e che i social media hanno portato alla sua espressione più compiuta: si crede a tutto e non ci si fida di nessuno


Si condivide qualsiasi contenuto purché confermi quello che già si pensa, e si respinge qualsiasi istituzione, scientifica, politica, giornalistica, che provi a offrire un quadro più complesso. La rete non ha inventato questo paradosso, ma lo ha amplificato fino a renderlo strutturale: ogni clic alimenta la credulità verso le narrazioni familiari e corrode simultaneamente la fiducia verso chi produce conoscenza verificabile e verificata. Il risultato è una popolazione sempre più esposta all'informazione e sempre meno attrezzata a valutarla.

Dieci lupi avvelenati in Abruzzo, proprio nel territorio dove più si è investito in prevenzione e indennizzi. Una notizia grave, che meritava riflessione. Sui social, invece, ha prodotto esattamente quello che i social sanno fare meglio: una battaglia.

Osservare la sezione commenti sotto i diversi post sui social è un esercizio istruttivo, non tanto sulla questione lupo, quanto sulla fisiologia dei social media. Perché quello che emerge non è una conversazione, ma la mappa di una polarizzazione già consumata, in cui ogni fatto nuovo serve solo a rafforzare ciò che si pensava prima.

Ormai lo sappiamo. Ce lo ha insegnato, nel modo più brutale possibile, la pandemia da COVID-19: i social media non sono uno strumento neutro di informazione. Sono ambienti progettati per massimizzare il coinvolgimento emotivo, e il coinvolgimento si ottiene molto più facilmente con la rabbia e la certezza che con il dubbio. Durante la pandemia abbiamo visto in diretta come una notizia progettata per suscitare indignazione viaggiasse sistematicamente più veloce di qualsiasi smentita scientifica. E abbiamo imparato, a nostre spese, che presentare prove contrarie a chi ha già deciso cosa credere non indebolisce le sue convinzioni: spesso le rafforza. Come se il sistema immunitario cognitivo reagisse alle correzioni come a virus pericolosi da neutralizzare.

Con i lupi funziona esattamente lo stesso meccanismo. Cambia l'oggetto, non la dinamica.


L'architettura della conferma

Gli algoritmi dei social media registrano ogni ricerca, ogni click, ogni condivisione, e usano questi dati per raffinare continuamente il profilo di ciascun utente, costruendo un ecosistema informativo che impara a fornire esattamente quello che ogni persona vuole sentire, eliminando gradualmente tutto ciò che potrebbe disturbare le sue certezze. Il risultato strutturale è il confirmation bias amplificato: non si va sui social a scoprire qualcosa di nuovo, ma a trovare conferma di quello che già si sa, già si sente, già si teme.

Nei thread analizzati questo meccanismo è visibile a occhio nudo. Chi considera il lupo una minaccia non gestita trova decine di voci che raccontano recinti saltati, indennizzi irrisori, istituzioni sorde. Chi considera il lupo un valore ecologico trova altrettante voci che denunciano il bracconaggio come sintomo di ignoranza e violenza culturale. Entrambi i gruppi leggono gli stessi fatti, gli stessi dieci lupi morti, e ne escono con la propria narrativa rafforzata.

Lo stesso accadeva con i dati GPS di Slavc, il famoso lupo dinarico che nel 2012 percorse oltre millecento chilometri attraversando le Alpi: coordinate oggettive, misurabili, incontrovertibili, che nei social si trasformavano automaticamente in narrazioni opposte. Per chi apparteneva alla "tribù pro-lupo" erano la prova del successo della ricolonizzazione naturale. Per chi militava nella "tribù anti-lupo" erano l'evidenza di un'invasione programmata, di lupi importati dall'Est Europa per ripopolare artificialmente i territori italiani. Stessi dati: due realtà incompatibili.


Le camere dell'eco

Le echo chambers non sono solo una metafora: sono la conseguenza tecnica della distribuzione algoritmica dei contenuti. Ogni utente tende a seguire voci affini, a interagire con contenuti consonanti, a ignorare quelli dissonanti. Nel tempo, il proprio feed diventa uno specchio che restituisce solo la versione del mondo che si è già scelta.

Nelle comunità fisiche, questo meccanismo, che i ricercatori chiamano omofilia, ovvero la tendenza naturale degli esseri umani ad associarsi con persone simili, veniva temperato dall'inevitabilità degli incontri casuali: il pastore poteva incontrare il biologo al bar del paese, il sindaco doveva confrontarsi con posizioni diverse nei consigli comunali. Negli spazi digitali l'omofilia si esprime in forma pura, senza attriti, senza incontri indesiderati. Gli algoritmi amplificano questo processo fino alle sue conseguenze estreme.

Nel thread emergono almeno tre camere dell'eco distinte e impermeabili l'una all'altra. La prima è quella del mondo rurale esasperato: allevatori e loro sostenitori che condividono un vocabolario di abbandono istituzionale, risarcimenti inadeguati, esperti disconnessi dalla realtà. La seconda è quella degli ambientalisti convinti: chi legge ogni critica alla protezione del lupo come ignoranza o malafede, usando un registro scientifico-morale altrettanto chiuso. La terza, spesso trascurata, è quella del nichilismo emotivo: commenti brevissimi ("Finalmente", "Solo 10?", "Sterminateli tutti") che non argomentano nulla ma misurano la temperatura dell'odio, e che gli algoritmi distribuiscono con la stessa efficienza degli altri.

Queste tre bolle coesistono sullo stesso thread ma non comunicano davvero. Si scontrano, non si incontrano.


La polarizzazione come prodotto

La polarizzazione non è un effetto collaterale dei social: è, in un certo senso, il loro prodotto principale. Un utente arrabbiato è un utente che torna, che commenta, che condivide. La piattaforma non ha interesse a che il dibattito si risolva, ha interesse a che continui. Il sistema premia la controversia e punisce il consenso scientifico, premia la velocità sulla precisione, l'emozione sulla riflessione.

Nel caso del conflitto uomo-lupo, questo meccanismo è particolarmente devastante perché si innesta su una frattura reale e preesistente: quella tra chi vive il territorio e ne subisce i costi diretti della presenza del predatore, e chi lo abita in modo indiretto o simbolico e ne percepisce solo i benefici ecologici. È una frattura legittima, che meriterebbe strumenti di mediazione sofisticati. Sui social, invece, quella frattura diventa abisso.


La verità scientifica come specie rara

C'è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di comunicazione scientifica: quasi la metà delle informazioni su un argomento controverso si diffonde completamente nell'arco di poche ore, indipendentemente dalla sua veridicità. Solo una minoranza dei contenuti riesce a mantenere visibilità oltre le ventiquattro ore. Il ciclo dell'attenzione digitale è diventato strutturalmente incompatibile con i tempi necessari per una valutazione critica.

Lo si vede con chiarezza nel thread analizzato: la discussione tecnica sugli indennizzi, l'unica parte in cui due interlocutori citano fonti, confrontano documenti, correggono dati reciprocamente, occupa pochissimo spazio e non genera engagement significativo. Non produce like, non viene condivisa, non si espande. La piattaforma la seppellisce sotto i commenti più accesi.

Nel frattempo, la democratizzazione dell'informazione ha eliminato non solo i filtri negativi, come la censura istituzionale o il controllo elitario, ma anche quelli positivi che distinguevano tra procedure scientificamente validate e approcci pseudoscientifici. Anche questo lo abbiamo già visto durante la pandemia, e anche allora le conseguenze sono state reali.


Cosa si perde nel rumore

Quello che i social rendono quasi impossibile è la complessità. Eppure la questione della coesistenza con i grandi carnivori è, per definizione, complessa. Richiede di tenere insieme dati biologici sulle popolazioni, valutazioni economiche sui danni reali, analisi sociali sul tessuto delle comunità rurali e periferiche, riflessioni giuridiche sugli strumenti di gestione, e una pedagogia paziente del rischio e del beneficio. Nessuno di questi livelli sopravvive a un thread di Facebook.

Quello che resta, invece, è la semplificazione identitaria: da una parte i difensori della natura contro gli ignoranti violenti, dall'altra i rappresentanti del territorio reale contro gli intellettuali da appartamento. Due caricature che si nutrono a vicenda e che rendono ogni soluzione pratica politicamente più difficile, perché qualsiasi misura gestionale verrà letta, nell'una o nell'altra camera dell'eco, come una resa o come un tradimento.

I dieci lupi avvelenati in Abruzzo sono un crimine. Ma il modo in cui se ne parla online rischia di produrre le condizioni per il prossimo. E questa volta non possiamo dire che non lo sapevamo.


Paola Peresin