la montagna di Vittorio Veneto
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Il profilo ondoso delle Prealpi si alza a chiudere la campagna veneta sopra un confuso mare di verdi colline. (...)
Presentazione
Invito al Cansiglio di Mazzotti, pubblicato in prima edizione nel 1965, è tutto tranne ciò potrebbe apparire: una guida turistica. O meglio, è una guida turistica, ma come ormai noi non concepiamo più. Abituati come siamo a sintetiche brochure di presentazione dei territori da visitare, secondo la formula della vacanza “mordi e fuggi”, o viceversa a pretenziosi volumetti che affastellano con meccanica acribia informazioni di dettaglio per compiacere una certa moda all’eruditismo, non possiamo che rimanere spiazzati da uno scritto che è stato concepito quale racconto di un percorso personale e che però, proprio per questo, diviene invito all’avventura per il lettore. Perché il turista cui pensa il Nostro è quello pioneristico dell’Ottocento, capace di affrontare i disagi del viaggio, e i rischi che esso comporta, pur di provare la meraviglia connaturata alla scoperta di orizzonti nuovi, alla sfida dell’incontro con culture irreversibilmente altre. Solo a queste condizioni per Mazzotti lo spostamento nello spazio diviene anche un viaggio nel tempo e si scioglie in una crescita spirituale.
La narrazione è avvincente. Si parte da una Vittorio Veneto che subito si dissolve a sud in Ceneda, dominata dal castello vescovile di S. Martino, e a nord in Serravalle, protetta dal Castrum sulla Alemagna. Di qui si scorgono i Monti – i contrafforti del Cansiglio – che “sembrano in attesa di qualcuno che li voglia riconoscere...ricercando qualcosa che si sente chiuso nelle loro forme pesanti ed impenetrabili”. È già ora di muoversi, verso Fregona. Effettuata una discesa negli inferi delle grotte del Calieròn, una orrida gola naturale traforata da cunicoli artificiali, ci si rinfranca con un bicchiere di Torchiato. Il morale è pronto per una salita che si conclude in località Belvedere, ove nelle belle giornate si dischiude allo sguardo l’intera pianura veneta. Proseguendo verso nord, si entra infine nella Piana che è un “paradiso quasi ignoto e precluso” e la successione del tempo perde di senso. La selva è ancora il “bosco da reme di San Marco”, la stagione che dischiude i fiori si confonde con quella che accende di rosso ed oro i faggi e gli abeti, il rumore dei campanacci delle vacche condotte all’alpeggio estivo cede il passo al silenzio di malghe abbandonate quando cade la neve. Presenze leggendarie si alternano ad altre reali ma ormai remote, come quelle delle donne che scendono a valle con gerle colme di carbone prodotto nei “pojat” alimentati da uomini abituati a fare legna, a condurre il bestiame, a districarsi nella produzione di “scatoe de legno” per il formaggio. Si tratta degli ultimi discendenti dei Cimbri, sciamati dall’Altopiano di Asiago per finire nella morbida conca dell’Alpago, delimitata a sud ovest dalla foresta del Cansiglio e dal Monte Pizzoc ed a nord-est dal Monte Cavallo. Nel digradare verso il lago di Santa Croce colpiscono le loro abitazioni che conservano un che di nordico, con i tetti ripidi a lastre di pietra che ricordano “i paesaggi di Bréughel e dei pittori fiamminghi”, e sono state ricostruite dopo le distruzioni della seconda Guerra Mondiale “secondo il loro carattere”. Commenta con amara ironia Mazzotti: “Ciò è sorprendente in un’Italia che si compiace di distruggere quasi ovunque l’aspetto antico di paesi e città”. Il ritorno, già carico di nostalgia, avviene attraverso il passo del Fadalto, che frana giù a Vittorio Veneto.
Com’è dato di intuire da questo compendio, per Mazzotti il paesaggio è uno smisurata teatro della memoria, ove ogni segno evidente o minimo in esso inciso narra del rapporto secolare fra la natura e l’uomo. Il paesaggio, a suo avviso, esprime perciò la cifra, unica ed irriproducibile, del modo d’essere e di stare al mondo di una Comunità e per questo la sua difesa è un dovere etico, come di carattere deve essere l’approccio del visitatore, chiamato a rispettare il bello che gli è dato di godere. La riflessione di Mazzotti può apparire inattuale. Eppure, proprio per questo risuona quale critica autorevole a quei processi di trasformazione, allora solo all’inizio, che hanno commutato il Veneto in una città diffusa e confusa, ove a resistere sono solo le aree montane, ma con quante difficoltà! Il Cansiglio, che abbisognerebbe di una gestione unitaria, è amministrato da una pluralità di enti a diversi livelli istituzionali, non sempre coordinati fra loro. Altresì preveggente è l’auspicio di Mazzotti che si possa tornare ad un turismo diverso: lento, consapevole e rispettoso - e guarda caso la Marca trevigiana sta conoscendo una crescita di presenze dovute proprio al turismo d’esperienza, che è la versione aggiornata, non più riservata alle élite, del viaggio di formazione. Insomma, lo scritto di Mazzotti, sapientemente riproposto dal curatore Franco Posocco e dall’editore De Bastiani, è un frutto di saggezza che merita ancora di essere colto
Treviso, giugno 2008
Marzio Favero, Presidente della Fondazione “Giuseppe Mazzotti” per la Civiltà Veneta
INDICE
Presentazione di Marzio Favero pag. 5
Introduzione di Franco Posocco pag. 9
Invito al Cansiglio, la montagna di Vittorio Veneto pag. 25
Appunti per uno studio sulla cartografia del Cansiglio pag. 85