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Copertina di Maledetta Giàvera
Editore: Amadeus
Pagine: 279
Anno: 1992
Note: La biblioteca di Amadeus – Collana storica. Con tavole illustrate.

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Scheda

Vicende di un bosco dalla storia diversa, ma in parte affine, a quella del Cansiglio.

Perché Maledetta Giàvera

Potrebbe essere stata questa l’imprecazione scagliata dai boscaioli-bisnenti contro il Luogo del Potere, contro quel Palazzo dove per tre secoli hanno avuto casa e ufficio gli arcigni tutori del bosco del Montello, dopo l’espulsione dei montelliani dal loro colle e coltivato.
Al 1992, già ricco di ricorrenze locali e intercontinentali, si dovrebbe aggiungere il 4° Centenario della Confinazione Veneziana. Da quel 1591-92, il bosco, confiscato e recintato, non è più stato quello che i montelliani conoscevano. (1)
Che i boscaioli potessero ugualmente accedervi per piccole attività di raccolta non basta se a consentirle c’è un intrico continuo di norme di salvaguardia applicate da amministratori forestieri, sempre duri, non sempre irreprensibili. E poi, non si sa più dove pascolare, dove far calce, e raccogliere ghiande non è come raccogliere castagne.
La Confinazione Veneziana non ha solo creato una barriera tra bosco e boscaioli. Sottraendo il bosco all’economia del comprensorio e razionandone i prodotti di seconda scelta, essa ha spezzato il sistema agro-silvo-pastorale che saldava tra loro il fiume, il bosco, i villaggi, la Brentella, la campagna in un unicum fortemente integrato.

Eletto il Montello a luogo di riserva, l’estraneità che ne è derivata rispetto alla sua gente lo ha reso invece più vulnerabile. Caduta la Repubblica e con essa saltato il sistema di protezione-repressione, si è scatenata la rivincita.
La legna è sempre stata una risorsa preziosa e, in quei momenti tumultuosi, è stato più facile monetizzarne il valore piuttosto che tesaurizzarlo con previdenza.
Tra Basso Medioevo ed Età Moderna la deforestazione indiscriminata non è stata soltanto un fenomeno veneto (2) e disputare se esso sia stato frutto di un atteggiamento inconsulto oppure un atto economico, serve a poco. Sembra certo che (e finché) i sistemi agro-silvo-pastorali hanno retto, mantenendo la loro compattezza e le loro basi democratiche (la solidarietà delle classi interessate), i boschi si sono conservati meglio.
È il caso di episodi recentemente citati, relativi all’appennino ligure e alla montagna umbra, favoriti, certo, dall’impervietà dei luoghi e dalla scarsità della popolazione ma ugualmente significativi. (3)
Nell’area montelliana le cose sono andate diversamente. Le necessità di bilancio che hanno spinto Venezia, verso la metà del secolo XVII, ad alienare i beni comunali per finanziare le disastrose guerre contro i Turchi, hanno, anzi, acuito la crisi montelliana.
Quei duemila campi in vendita tra Caonada e Nervesa hanno ulteriormente ridotto la disponibilità di terra da lavoro e resa ancora più ghiotta la dispensa del bosco, anche se guardata sempre a vista dagli uomini di Giàvera.
In parallelo al rancore contro gli esploratori, diversi sono stati i sentimenti maturati sull’altra sponda. Quell’intangibilità di continuo ribadita da una legislazione severissima ha potuto idealizzare sia l’efficienza del governo forte sia il Montello Stesso, come tabù diventato simbolo del mito di S. Marco.
Di questo tabù-simbolo-mito hanno fatto una bandiera le forze sociali favorevoli al nuovo assetto del territorio montelliano. Prima di tutti i nobili che hanno completato la venezianizzazione del comprensorio acquistando a buon prezzo i beni comunali. La toponomastica ne reca ancora oggi vivi i segni, come in una mappa della proprietà fondiaria.
A Nervesa via Foscarini (famiglia che, alla caduta della Repubblica, denunciava una proprietà in loco di 328 ettari), a Selva via Priuli (idem per 35 ettari), a Venegazzù via Spineda (195 ettari), a Nogarè via Erizzo (115 ettari) e via dicendo. (4)
E poi i poeti (radunati dal nervesano Oresta Battistella) che, decantando il Montello come “monumento della natura”, hanno colto la bellezza della flora per sublimare il serbatoio dell’industria bellica.
E ancora, nell’Ottocento, i nuovi nobili e la borghesia cittadina e industriale. (5) E infine la burocrazia forestale, imperfetta custode del bosco, ma custode intransigente dei valori che nobilitavano la politica di tutela. Continuando imperterriti ad usare, fin nel tardo Ottocento, gli stessi argomenti usati dai veneziani trecento anni prima (“le querce montelliane non si toccano perché sono indispensabili all’Arsenale"), gli ispettori forestali caddero vittime di una contraddizione fatale quando i cantieri cominciarono ad abbandonare il legno dando preferenza al ferro.
La loro strenua difesa dei sigilli apposti al bosco poté sembrare allora soltanto una difesa corporativa del loro posto di lavoro, attirando fino all’ultimo, su quel Palazzo di Giàvera, l’invettiva dei bisnenti.

(1) Sul rapporto uomo-foresta in ambiente italiano si vedano le osservazioni di Jacques Le Goff in La foresta al centro del Medioevo, “Corriere della Sera”, 10 maggio 1990, e per l’ambiente padano cfr. V. Fumagalli, L’uomo e l’ambiente nel Medioevo, Bari, Laterza, 1992.

(2) F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino, Einaudi, 1976, p.138.

(3) Moreno, Dal documento al terreno, Bologna, Il Mulino, 1990, p.205 ss e A. Caracciolo, L’ambiente come storia, Bologna, Il Mulino, 1988, p.45 ss. Su opposti esiti nel veronese riferisce G. Zalin in Terre e uomini nel Mediterraneo e in Europa, Verona, L.U.E., 1990, pp. 290-3.

(4) Scarpa, Proprietà e impresa nella campagna trevigiana all’inizio dell’Ottocento, Venezia, Regione Veneto, 1981.

(5) Che l’establishment locale parteggiasse per il vecchio ordine lo dimostra, tra l’altro, il silenzio stampa calato sul Montello dopo la riforma agraria: la sorte dei neo-contadini non faceva notizia come la sorte delle querce. Saranno i socialisti milanesi dell’Umanitaria ad occuparsene, non i locali comizi agrari. Non lo storico ufficiale Augusto Serena, che sulla legge di colonizzazione se la cavò con un ironico poemetto dialettale, significativamente firmato con uno pseudonimo veneziano.

 

SOMMARIO

Perché maledetta Giàvera, p.11

Parte prima

IL MERAVIGLIOSO BOSCO, “CARROZZA DEL MARE”, p.17

L’odissea dei bisnenti, p.19
Tagliano tutti, p.33
Pauperismo e riformismo, p.73
Archivio, p.111

Parte seconda

PIETRO BORTOLINI, p.177

Una immagine sfuocata, p.179
I primi passi, p.183
Dal Comune alla Camera, p.193
Dall’opposizione al governo, p.203
Per l’alternativa conservatrice, p.213
Bertolini al potere, p.223
Guerra e pace, p.231

Tavole, p.241
Indice dell’archivio, p.274
Indice dei nomi di persona, p.275Indice delle tavole, p.279

 

Autori

Buosi Benito