Foresta di Białowieża © Jérémy Mathieu

In questo suo secondo articolo la storica del giardino e del paesaggio Felice Olivesi mette in relazione l'evolversi delle società umane con le profonde trasformazioni subite nel corso dei secoli dagli ecosistemi forestali.

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Sulle tracce delle nostre foreste primarie

La storia delle foreste è intimamente legata a quella degli uomini. Le società umane, intervenendo secolo dopo secolo sull'ecosistema forestale, lo hanno trasformato profondamente, portando alla fine alla scomparsa di tutte le foreste primarie delle nostre regioni.

Come e quando è successo? Questo è ciò che cercheremo di scoprire ora, incamminandoci sulle tracce delle nostre foreste primarie.

La nostra storia inizia circa 12.000 anni fa, alla fine dell'ultima era glaciale. Con il ritiro dei ghiacciai a nord, un'intera epoca nella storia della nostra specie sta passando. L' Homo sapiens aveva infatti colonizzato tutta l'Europa occidentale da 20.000 anni prima della nostra era. Il paesaggio di questo rigido clima glaciale era costituito da steppe e tundra. Le foreste erano allora assenti e nelle immense pianure vivevano branchi di grandi erbivori – mammut, megalocero, uro, bisonte, rinoceronte lanoso, renne… – e dei loro predatori – tigri, leoni delle caverne, orsi delle caverne… e uomini.
Il graduale innalzamento delle temperature provocò grandi spostamenti di specie: branchi di grandi erbivori si diressero a nord, seguiti dalla maggior parte dei loro predatori, mentre nuovi animali e piante arrivarono da sud, trasformando ecosistemi e paesaggi.
L'Homo sapiens, come altre specie adattabili, rimase lì, e così ha assistito a ciò che ora ci interessa: l'arrivo delle foreste.
Il clima glaciale non era favorevole alla foresta e solo pochi alberi, come le betulle, potevano resistere alle basse temperature. Il clima più mite ha invece consentito a molte specie radicate nelle regioni meridionali dell'Europa di viaggiare verso nord per colonizzare terreni fino ad allora occupati da bassa vegetazione.

Questo è successo lentamente, nel corso di diversi millenni. In primo luogo, la colonizzazione fu assunta da specie pioniere, tra cui betulle e pini, in grado di resistere sui terreni più aridi e la cui azione aprì la strada a specie più esigenti (circa 8000 anni fa). Poi, a poco a poco, arrivarono ​​i noccioli, le querce e le specie ad esse associate (circa – 6000 anni fa), poi i faggi, gli abeti rossi, gli abeti e tassi (circa 2500 anni fa).
Le specie si distribuirono secondo le loro preferenze biologiche – natura del suolo, igrometria, altitudine… – e a poco a poco si sono così formati paesaggi forestali diversi a seconda delle regioni.
Va notato che le foreste formatesi non coprivano l'intero territorio, perché molti terreni rimanevano loro sfavorevoli. L'Europa occidentale era a quel tempo un mosaico di paesaggi, la foresta condivideva lo spazio con paludi, corsi d'acqua, brughiere o anche prati d'alta quota.
Gli uomini, ancora pochissimi di numero, non ostacolavano in alcun modo l'irresistibile energia che sviluppavano le foreste fino al loro completamento, quello che oggi viene chiamato lo “stato primario”. Ma abbastanza rapidamente, le dinamiche delle società umane riuscirono a competere e poi superare quelle della natura selvaggia.

A partire dal Neolitico (da 6.500 a 4.700 anni fa per l'Europa occidentale), il tempo sembra accelerare. L'uomo passa da uno stile di vita di cacciatore-raccoglitore, non più impattante sull'ecosistema forestale di qualsiasi altra specie animale, a quello di allevatore-coltivatore. Lo sviluppo dell'agricoltura avvia un grande sconvolgimento nel rapporto tra uomo e natura. Per coltivare i suoi campi di cereali e alberi da frutto, per allevare animali domestici e per creare villaggi per la popolazione, diventata stanziale, l'uomo abbatte la foresta. Apre radure, raccoglie legna per il suo riscaldamento, le sue dimore, i suoi attrezzi, usa il sottobosco per pascolare le sue mandrie. Spesso il disboscamento è temporaneo, dopo alcuni anni di coltivazione, la foresta si ristabilisce. Tuttavia, anche se il terreno è ricoperto di alberi, non è più la foresta primaria ad insediarsi, ma quella che viene chiamata la "foresta secondaria", quella che porta le tracce dello sfruttamento da parte dell'uomo.

La romanizzazione, oltre ai continui disboscamenti, introdusse nei territori colonizzati la visione romana della natura, suddivisa in "ager" (campi coltivati), "saltus" (deserto) e "silva" (foresta): quest'ultima rappresenta il territorio della “selvaggio”, in contrapposizione alla “civiltà” incarnata dalle strade o dalle città di pietra realizzate sul modello romano. Questa visione differisce indubbiamente in modo significativo da quella delle popolazioni celtiche locali che vivevano in stretto legame con la foresta e probabilmente non avevano la stessa nozione di selvaggio.

Durante il periodo medioevale, l'area forestale è generalmente diminuita, sebbene si siano osservate fluttuazioni dovute a diversi fattori. Un significativo esempio di queste fluttuazioni è dovuto alla Grande Peste del 1348, che per circa un secolo svuotò le campagne, consentendo così alla foresta di riguadagnare terreno. È capitato talvolta che il terreno bonificato per insediare villaggi e campi si sia rivelato poco adatto e quindi abbandonato dopo un pò, consentendo anche in questo caso il ritorno della foresta. 

Una forte accelerazione del diradamento delle foreste si ha a partire dal IX secolo, con un picco nell'XI-XIII secolo, in concomitanza di un periodo relativamente pacifico nelle società umane e più mite dal punto di vista climatico.
La foresta si associa due realtà, molto diverse agli occhi della gente del tempo: il “bosco nutrice” e la “sylve”[1]. Il primo è costituito da un luogo accessibile, familiare, fornitore di materiali e di gioco, sede di molte attività, mentre la seconda è profonda, selvaggia e oscura. Luogo e retaggio di un immaginale [2] medievale che mescola bestie favolose - draghi, unicorni - e veri predatori, territorio magico e strano. Le rappresentazioni medievali di questa antica “sylve” costituiscono echi della foresta primaria. Parte di questa foresta primaria esisteva ancora a quel tempo? Presumibilmente sì.

Che aspetto aveva? Lo possiamo immaginare pensando all'attuale foresta di Białowieża, al confine tra Polonia e Bielorussia. Alberi di grandissima altezza, da 50 a 60 m – quando le nostre grandi querce raggiungono appena i 30 m di altezza -, un sottobosco molto scuro, con piante di tutte le dimensioni che occupano ogni strato, oltre a una fauna dalla ricchezza ineguagliabile, suoni onnipresenti, grida, il canto degli uccelli, odori, forme infinitamente varie… un'atmosfera unica, fuori dal mondo. Non sorprende che ne rimangano tracce nelle storie popolari!

È nel medioevo che si è preso coscienza della natura finita del bosco e della necessità di regolarne l'uso se si voleva beneficiare a lungo delle sue risorse. Mentre nei primi secoli della nostra era ogni uomo libero poteva usare la foresta a suo piacimento, dal VII secolo apparvero le prime restrizioni.

Da lì deriva la parola “foresta”: originariamente usata nell'espressione silva forestis che designa le porzioni di territorio, essenzialmente boschive, riservate all'uso esclusivo del re e sottratte al diritto comune.
Nel XIII secolo, in Francia, nacquero i primi statuti locali che regolavano gli usi del bosco: abbattimento degli alberi, raccolta del miele, caccia degli animali selvatici, pascolo degli armenti, raccolta della legna secca... I diritti d'uso variavano a seconda delle regioni, così come i metodi di gestione, dando così luogo a paesaggi forestali diversi.
Dal XVI secolo fino alla metà del XIX secolo, l’arretramento della foresta non cessò di accelerare e gli usi furono sempre più regolamentati. Il fabbisogno di legna aumentava: non solo cresceva la popolazione, ma l'industria progrediva e le foreste si popolavano di operai che gestivano fucine, vetrerie, forni e una miriade di altre attività che richiedevano combustibile e che venivano installate il più vicino possibile alla risorsa legno.

Il periodo moderno – dalla fine del XV secolo – è anche quello della centralizzazione. In Francia, la gestione forestale risponde ora a una strategia pilotata dai servizi del re e i metodi di gestione furono oggetto dei primi tentativi di armonizzazione e codificazione. Dalla Grande Ordonnance del 1669 al Codice forestale del 1827, i testi lasciano sempre meno spazio agli usi consuetudinari, oltre che alle foreste selvagge. Sotto Luigi XIV, gli agenti reali dovettero viaggiare attraverso i luoghi più scoscesi per scoprire foreste poco antropizzate, se non totalmente selvagge.

Esistono ancora foreste primarie nel paese? Stiamo iniziando a perderne le tracce.
Con l’arretramento delle foreste, anche l'immaginale si trasforma e la traccia della foresta primaria si fa più tenue, sia nei racconti, sia nelle storie dell'epoca. Il selvaggio diventa meno magico, meno misterioso, sempre più sostituito dal timore degli uomini inquietanti che abitano i boschi - banditi, stregoni - dalla minaccia di "bestie" predatrici che competono con cacciatori e contadini. Inizia una caccia senza sosta che porterà ad esempio in Francia, ai tempi della Terza Repubblica, allo sterminio del lupo, dichiarato ufficialmente scomparso nel 1914 e ritornato poi, solo nel 1992.
Senza la sua fauna, l'ecosistema forestale primario crolla. Si stima che la regressione del bosco sia stata massima tra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento, una contrazione che non ha lasciato superfici sufficienti per una fauna che necessita di vasti territori per vivere adeguatamente.

È senza dubbio a questo periodo che si può confermare la totale scomparsa della foresta primaria nell'Europa occidentale.
Tuttavia, all'epoca, due innovazioni avrebbero potuto allentare la pressione sulle foreste: l'arrivo del carbone che andava sostituendo gradualmente il legno come combustibile e le prime piantagioni di alberi per lo sfruttamento del legno. In tal senso, quella che venne chiamata la «forêt des Landes», è il risultato di piantagioni iniziate alla fine del XVIII secolo, intensificatesi poi dalla metà del XIX. Oggi ha una dimensione di un milione di ettari ed è composta quasi interamente da pini marittimi. Altre piantagioni, di specie esogene più o meno lontane, hanno ricoperto poi altre aree dalle quali la foresta era scomparsa: nei Vosgi, il Morvan... Qui la monocoltura è la regola, così come il totale disboscamento quando il tempo del raccolto è arrivato. 

Pur non essendo foreste in senso stretto, vi era la speranza che questi interventi potessero servire a risparmiare la foresta naturale danneggiata dall’eccessivo sfruttamento subito. Ciò è accaduto solo di rado e piantagioni ritenute più redditizie spesso sostituiscono le foreste autoctone.
Recentemente è apparsa una terza novità: la consapevolezza dell'importanza ecologica delle foreste. Regolazione del clima, filtraggio dell'acqua, protezione del suolo: i servizi forniti dalle foreste sono inestimabili. A questi si può aggiungere che, quali serbatoi di biodiversità, le foreste forniscono molti servizi alle popolazioni umane. Tutto ciò non si può ottenere con piantagioni di alberi o foreste sovrasfruttate, ma solo da foreste sane.
Questa consapevolezza sarà seguita dai fatti? Il futuro lo dirà.
Le nostre foreste primarie sono scomparse, eppure qualcosa è rimasto: gli alberi, gli arbusti, i funghi con i microrganismi che popolano le foreste odierne sono i discendenti di coloro che popolavano la foresta originaria. Basterebbe mettere un freno alle attività umane in uno dei nostri boschi affinché le dinamiche naturali ancora in atto lo riportino allo stato primario in pochi secoli.

La foresta primaria nell'Europa occidentale potrebbe far parte del futuro, insieme alle foreste secondarie e alle piantagioni di alberi. Sta a noi fargli spazio.

Felice  Olivesi

Note

[1] Secondo la distinzione di Andrée Corvol, "La foresta nel Medioevo: leggende e usi", in La foresta nel Medioevo , a cura di Sylvie Bépoix e Hervé Richard, Les Belles-Lettres, 2019.

[2] Si è optato per la traduzione del termine “imaginaire”, non con i più immediati “immaginario” o “immaginazione”, ma con i termini “immaginale/immaginativo” proposti da Henry Corbin. La scelta deriva dalla considerazione che riteniamo esprimano meglio la separazione che presenta il mondo/pensiero occidentale tra l’essere umano e il mondo naturale (la foresta), una separazione che ha interessato anche la percezione immaginativa connessa alla propria coscienza, in favore di ambiti e riferimenti tendenzialmente separati dalla quotidianità del vissuto, irreali, quali appunto possono oggi far richiamare i termini “immaginario/immaginazione”. [N.d.T.] 

Fonte: Association Francis Hallé  - Maggio 2021

Versione a cura della Redazione di Cansiglio.it