L'oggetto di questo quarto articolo sulle foreste, di Felice Olivesi, storica del giardino e del paesaggio, è lo sfruttamento del legno. Verso dove si dirige la nostra società per ottenere il legno di cui ha bisogno per funzionare? Come troverà posto la foresta naturale?

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Da dove viene il legno?

Senza memoria, siamo più vulnerabili alle idee sbagliate. Ad esempio, per quanto riguarda lo sfruttamento del legno, oggetto di questa puntata, l'interventismo è diventato così radicato che si sente dire qua e là che senza l'Uomo gli alberi non sarebbero in grado di rinnovarsi, o che la foresta non avrebbe alcuna possibilità di adattarsi al cambiamento climatico. Senza forestali non ci sarebbero foreste? Davvero? È vero che fin dall'inizio della nostra foresta dell'Europa occidentale l'Uomo è stato presente e l'ha utilizzata. Ma affermare che non è in grado di fare a meno di lui, ce ne vuole... o come minimo è una grande perdita di memoria!

In primo luogo, per quanto riguarda le foreste rimaste intatte, i dati sembrano dimostrare che hanno molto da insegnarci in termini di adattamento (si veda, ad esempio, l'articolo del nostro sito intitolato "La resilienza di una foresta", sulla foresta di Bitche durante la Piccola Era Glaciale). In secondo luogo, siamo ancora lontani dal sapere come imitare, nelle nostre foreste utilizzate, il funzionamento ecologico estremamente complesso che garantisce la resilienza delle foreste primarie. Non preoccupiamoci quindi delle foreste "abbandonate".

D'altra parte, nelle foreste coltivate, a seconda del metodo di gestione, dell'obiettivo di redditività, della destinazione d'uso e di altri aspetti, il destino degli alberi può variare enormemente. Questo è il caso del nostro tempo e lo è stato per tutta la nostra storia.

Quindi oggi, per rinfrescare la nostra memoria collettiva e comprendere meglio le questioni in gioco, ci porremo questa semplice domanda: da dove viene il legno?

Raccolta libera: prendere la legna dove è, così com'è

Circa 12.000 anni fa, quando le temperature in Europa occidentale divennero più miti e le foreste ricomparvero gradualmente, l'uomo si interessò alle nuove risorse vegetazionali a sua disposizione, in particolare al legno. Per il Paleolitico, grazie allo studio dei pollini e dei carboni, ma anche grazie ai rari oggetti in legno e agli elementi di costruzione rinvenuti nei siti di scavo, gli archeologi sono riusciti a delineare un ritratto della foresta e del suo utilizzo in questi tempi remoti. Le persone erano poche, nomadi e dotate di strumenti in pietra o in osso non molto efficienti nell'abbattimento degli alberi. Per gli attrezzi, il riparo e il fuoco, raccoglievano piccoli rami o legno morto. La loro impronta sulla foresta era quindi limitata e non entrava in competizione con le forze naturali - clima, biologia - che modellavano il paesaggio forestale. La foresta naturale è stata lasciata prosperare liberamente per qualche migliaio di anni.

Fu durante il Neolitico - circa 8000 anni fa - che l'attività umana iniziò a rendersi visibile nelle foreste. Le comunità divennero sedentarie, coltivando la terra, allevando animali e sviluppando diversi mestieri. Tutte queste attività - le costruzioni permanenti, l'agricoltura, l'uso di grandi quantità di combustibile per la lavorazione dei metalli o la cottura della ceramica - si sono sviluppate grazie alle foreste. Le risorse legnose erano abbondanti all'epoca, e la loro estrazione tramite raccolta si adattava bene al periodo, che combinava una popolazione ancora piccola, anche se in costante crescita, con una dinamica forestale vigorosa che permetteva agli alberi di recuperare rapidamente le aree che erano state disboscate per la coltivazione e poi abbandonate una volta esaurito il terreno. Gli strumenti in rame, poi in bronzo e in ferro, divennero efficienti e in grado di abbattere grandi tronchi. È disponibile una grande varietà di specie arboree e arbustive, e a seconda dell'uso che se ne vuol fare si possono scegliere tronchi larghi o slanciati, dritti o curvi di natura, con legno denso o leggero.

A volte, la raccolta raggiunge gli estremi. Le conseguenze dell'eccessivo sfruttamento sono già visibili nell'antichità intorno al Mediterraneo; sui terreni scoscesi, la deforestazione porta all'erosione del suolo e alla scomparsa delle antiche foreste, che vengono sostituite da una vegetazione ridotta a macchia.

Nel diritto romano che governava l'Europa occidentale nei primi secoli della nostra era, la maggior parte delle foreste era inclusa nella res nullius - «cosa di nessuno» - e chiunque poteva raccogliere legna, frutta o selvaggina a piacimento. Questa libera raccolta scomparve gradualmente nel Medioevo, quando ci si rese conto che il tasso di raccolta poteva superare il tasso di ricrescita della foresta.

Restrizioni all'uso: la fine della libertà

È chiaro che la risorsa non è inesauribile. Per garantirne la preservazione, è necessario proteggerla regolamentandone l'uso. Tuttavia, c'è un grande bisogno di superfici forestali perché il legno come materiale è onnipresente nella vita di tutti i giorni, dall'edilizia agli utensili da cucina, passando per i mobili e gli attrezzi. Il legno viene utilizzato come combustibile per cucinare, riscaldare le case, far funzionare le fucine e altri laboratori. Oltre al legno, i prodotti delle foreste - piccoli arbusti, cortecce, foglie, frutti e semi, fauna selvatica - sono una parte essenziale della vita delle comunità, che vi pascolano il bestiame o vi trovano parte del loro cibo. La foresta è un luogo molto frequentato! Tutto ciò altera l'equilibrio ecologico e compromette la sua naturale capacità di rinnovarsi.

I primi re dei Franchi alienarono la res nullius ereditata dai Romani e la distribuirono ai loro alleati e vassalli. In seguito, con l'instaurazione del sistema feudale, le condizioni di utilizzo delle foreste furono regolate dai signori, in un complesso balletto di diritti e consuetudini ereditato dal periodo gallo-romano. Gradualmente, queste regole vennero poi messe per iscritto. Gli storici ritengono che, nel territorio che oggi costituisce la Francia, esse siano state stabilite per la maggior parte fin dal XIII secolo, in atti di concessione.

Tra i possedimenti forestali, quelli del Re di Francia rappresentano un caso particolare, in quanto sono i più grandi di tutti: i 200.000 ettari sono distribuiti su diversi complessi forestali in tutto il Paese e la superficie varia di di poco tra il XIII secolo e la Rivoluzione francese. Le foreste reali erano regolate da ordinanze. Nel 1346, il decreto Brunoy, promulgato dal re Filippo VI, affermava chiaramente la sua volontà di preservare la risorsa: «i padroni delle acque e delle foreste rileveranno e visiteranno tutte le foreste e i boschi e faranno delle vendite, al fine di assicurare che le suddette foreste possano essere mantenute per sempre in buone condizioni ».

Nei secoli successivi, il re guardò sempre di più alle foreste che non facevano parte del dominio della Corona. Nel 1520, per la prima volta, il re Francesco I impose restrizioni ai proprietari privati. Infine, nel 1669, sotto l'impulso di Colbert, la grande ordinanza di Luigi XIV sulle acque e le foreste regolamentò tutte le foreste del regno, indipendentemente dai loro proprietari (vedi sotto). Questa ordinanza fu una pietra miliare e servì come base, diversi secoli dopo, per il Codice forestale del 1827, di cui il nostro codice attuale, promulgato nel 2012, è l'erede diretto.

I diritti d'uso contribuirono così a plasmare i paesaggi forestali. Per preservare la qualità del legname e consentire la rigenerazione della materia prima, alcune parti della foresta vengono poste «sotto difesa», cioè sono proibiti tutti gli usi che potrebbero mettere in pericolo la crescita o la rigenerazione degli alberi. Altrove, una foresta più rada sarà occupata da carbonai o vedrà passare mucche, maiali, raccoglitori di legna morta o tagliatori di felci...

In pratica, nonostante gli sforzi normativi, l'equilibrio tra conservazione della risorsa e sfruttamento della foresta è raramente raggiunto. Le resistenze sono tenaci e i conflitti sono continui.

Verso la selvicoltura: preparare gli alberi per usi specifici

Nel Medioevo e fino al XVIII secolo, la foresta era caratterizzata da due sistemi forestali: il ceduo e la fustaia. Prima di tutto, un chiarimento lessicale, perché questi due termini non avevano la stessa definizione di oggi. Tra « taillis » [ceduo] e « jeune » [novellame], poi « moyenne » [medio] e « haute futaie » [alto], c'era solo una gradazione di età, mentre oggi questa differenza è dovuta al metodo di gestione: il ceduo è il risultato di un taglio a raso - a ceppaia - dopo il quale i rametti ricrescono in un gruppo - il ricaccio - che si nutre del ceppo rimasto nel terreno, mentre la fustaia d'alto fusto ospita alberi che crescono direttamente da un seme.

Il ceduo, realizzato con una « courte révolution » [turnazione veloce] - uno o due decenni - serviva a molteplici scopi. Le fustaie venivano utilizzate per il legname e gli alberi presenti al loro interno erano più vecchi, con un'età compresa tra 40 e 200 anni, con un'età media di 80 anni. Il legno poteva essere raccolto con « furetage » [scelta], o « jardinage » [cura], cioè selezionando l'albero più adatto allo scopo, oppure si poteva tagliare in profondità, eliminando un intero appezzamento in cui tutti gli alberi avevano la stessa età. In questo caso, le norme prevedevano spesso l'obbligo di lasciare alberi da seme per garantire la rigenerazione dell'appezzamento attraverso la semina naturale.

Anche se sarebbe prematuro parlare di selvicoltura prima della fine del XVIII secolo, alcune pratiche testimoniano l'evoluzione del modo di pensare il bosco. Negli esempi che seguono, la foresta viene gestita e supervisionata e il destino di ogni albero è determinato, dalla sua nascita alla sua finalità, una volta abbattuto. (post-mortem).

I periodi di pace sono propizi per la realizzazione di costruzioni su larga scala. Il XII e il XIII secolo videro la costruzione delle cattedrali gotiche del nord della Francia, con le loro immense navate, e la creazione di numerosi grandi edifici pubblici o abitazioni private. Da dove provenivano le quantità astronomiche di legno necessarie per le capriate? Studiando questi antichi monumenti, ricercatori come Frédéric Épaud e i suoi colleghi sono riusciti a capire come venivano cresciuti gli alberi destinati a questi cantieri (vedi "Per approfondimenti"). Le capriate analizzate, risalenti a questo periodo, erano costituite da tronchi di quercia lunghi e sottili, molto regolari e privi di nodi. Servivano fresche, intere e squadrate con un'ascia, per evitare che si deformassero durante l'essiccazione. Contando gli anelli di accrescimento, si è stimato che gli alberi avessero circa 50 anni al momento dell'abbattimento, con un diametro di circa 28 cm e una lunghezza di 14 metri. Nella foresta odierna, una quercia di questo diametro ha circa 80 anni.

Tutti questi dati hanno portato i ricercatori a dedurre che gli alberi utilizzati per le capriate delle cattedrali fossero cresciuti in cedui di quercia, il che spiega la rapida crescita nei primi decenni dove il giovane getto beneficia del vigore della ceppaia da cui proviene, e dall'assenza di nodi nel legno segno di un'alta densità del popolamento con alberi che crescono molto in altezza e si ramificano solo in cima. Gli alberi erano stati abbattuti tutti contemporaneamente, a raso terra e con la scure, per favorire il recupero delle ceppaie.

Il Lidar - uno scanner aereo in grado di rivelare le strutture costruite dall'uomo anche sotto la chioma degli alberi - e i documenti scritti dell'epoca mostrano che gli appezzamenti forestali erano «sotto difesa» con terrapieni, fossati e recinzioni di rami e spine, che proteggevano i querceti nei primi anni. Per quanto riguarda la superficie necessaria, per fare un esempio, i ricercatori hanno stimato che le 1170 querce della grande navata della cattedrale di Bourges, posate tra il 1256 e il 1258, si sarebbero potute ottenere tagliando un'area di circa 3 ettari. Questa tecnica di coltivazione degli alberi è stata quindi molto produttiva ed economica durante i lavori, poiché non è stato effettuato alcun intervento sugli alberi tra due operazioni di abbattimento.

Queste fitte parcelle di bosco ceduo di quercia sembrano essere scomparse dopo la Guerra dei Cento Anni; infatti, le capriate successive sono costituite da legname più grosso, più nodoso e spesso segato, e le caratteristiche descritte sopra non sono più presenti.

Luigi XIV era un re guerriero. Non potendo più dipendere dai vicini europei, divenuti nemici, per il rifornimento delle sue navi da guerra, decise di creare una marina reale. La sua ordinanza del 1669 sulle acque e sulle foreste, redatta da Colbert, mirava a creare una produzione di legname controllata e standardizzata in tutte le province della Francia, in grado di fornire materiale sufficiente per le esigenze del sovrano in tempi rapidi e per i secoli a venire, con particolare attenzione al legno per la marina: quercia e pino.

Da allora, un quarto della superficie forestale doveva essere messa a riposo e il resto gestito secondo un piano regolamentato. Alla quercia fu dato un posto d'onore. Venne introdotta la ceduazione, con il taglio dei cedui ogni 10 anni circa, mentre le grandi querce destinate al legname d'opera vennero conservate per essere abbattute molto più tardi. Il prelievo veniva effettuato mediante taglio netto, con un certo numero di alberi per acro conservati per il rinnovo naturale.

Questa gestione è adatta ai boschi di latifoglie in pianura, ma non è indicata per tutte le situazioni. Nelle regioni montane, ad esempio, i contenuti dell'ordinanza provocarono resistenze e conflitti. La quercia ricresce, ma il pino no. Inoltre, il taglio a raso dei terreni in pendenza favorisce l'erosione del suolo.

Nel quadro del modello Colbert, la gestione delle foreste si basava su un'ampia gestione da parte dell'uomo per selezionare i futuri alberi e mantenere il sottobosco. Senza questo monitoraggio regolare, come nei periodi di guerra, le foreste riprenderebbero la loro evoluzione naturale. È così che la foresta di Tronçais, famosa per il suo notevole querceto di diverse centinaia di anni, è arrivata fino ai nostri giorni. Formatasi sotto l'Ancien Régime e situata nel centro della Francia, lontano dalle strade principali, ha evitato di essere abbattuta nei periodi di guerra. E' sfuggita alle maglie della rete!

Selvicoltura: razionalizzare la produzione del legno

Nella seconda metà del XVIII secolo, l'Illuminismo diffuse il suo spirito di razionalità su tutti i temi, e le foreste non fecero eccezione. È in questo contesto che è nata la selvicoltura, la scienza della coltivazione degli alberi. Come un cereale o un animale, le foreste erano viste come qualcosa che poteva essere coltivato, controllato e gestito per soddisfare il crescente bisogno di legno della società. Così come un bel campo o una bella mandria traggono la loro qualità estetica dalla loro utilità, una bella foresta è una foresta ben ordinata e produttiva.

Nel 1824, seguendo il modello tedesco, la Francia creò una scuola forestale a Nancy, dove la silvicoltura venne insegnata per la prima volta. Ai futuri forestali venne insegnato ad  « imitare la natura e ad affrettare il suo lavoro » [1] convertendo gradualmente il bosco ceduo in ceduo di fustaia e successivamente in foresta a fustaia. L'obiettivo era di pianificare lo sfruttamento delle foreste in modo razionale, preservando la loro funzione di patrimonio naturale. Il modello tedesco, leggermente diverso, si basava su una più accurata omogeneizzazione dei popolamenti e su un taglio netto seguito da un reimpianto. Il reimpianto costituiva invece una pratica del tutto eccezionale nel modello selvicolturale francese, che privilegiava la rigenerazione per seme naturale.

Ad ogni modo, è chiaro che le piantagioni sono diventate oggi di uso comune e sollevano nel pubblico interrogativi esistenziali sulla foresta: dove tracciamo la linea di demarcazione tra la foresta naturale e un luogo di produzione del legno?

Piantagioni di alberi: coltivazione della foresta o campi di legname?

A poco a poco, i regolamenti d'uso sono diventati sempre più restrittivi, mentre i metodi di gestione sono diventati più intensivi, lasciando poco spazio alle dinamiche naturali delle foreste.

Le piantagioni di alberi sono in linea con questa impostazione. In una foresta in salute, la rigenerazione avviene da sola, senza l'intervento dell'uomo, attraverso la disseminazione naturale dei semi che cadono a terra. Affinché ciò avvenga, devono esserci abbastanza alberi da seme e le sementi non devono essere mangiate dagli animali. A partire dal XIII secolo, ci sono stati diversi tentativi infruttuosi di contrastare l'eccessivo sfruttamento delle foreste piantando giovani alberi. La creazione della foresta delle Lande di Guascogna, la più famosa operazione di piantumazione, era di ben altra portata, in una regione che, come suggerisce il nome, era priva di foreste e piuttosto paludosa. Questa immensa piantagione, iniziata alla fine del XVIII secolo, ha soddisfatto i desideri di molti operatori forestali, prima che la situazione attuale ne evidenziasse la fragilità di fronte agli sconvolgimemti climatici e invitasse a interrogarsi sul suo futuro.

Oggi la piantumazione di alberi viene sovente accomunata alle pratiche di selvicoltura. Eppure alcuni specialisti insistono sulle differenze fondamentali tra le due espressioni. Alain Persuy, forestale e naturalista, descrive le piantagioni come una « lignicoltura » in cui l'industrializzazione e i giganteschi mezzi di esbosco sostituiscono i taglialegna e gli ingegneri forestali. Il biologo Francis Hallé, tra gli altri, sottolinea la radicale opposizione tra le piantagioni monospecifiche prive di biodiversità, irrorate di pesticidi, altamente vulnerabili ai rischi climatici e agli attacchi dei parassiti, e le foreste naturali che formano un ecosistema autonomo, più resistente alle fluttuazioni climatiche e infinitamente più bello. Le piantagioni non sono foreste, e confondere le due cose mette in pericolo le seconde; ad esempio, vediamo foreste vive e variegate trasformate in cippato per far posto a piantagioni di abete rosso, il tutto grazie a sussidi pubblici che dovrebbero sostenere l'attività forestale. L'industria del legno viene sostenuta, a danno delle foreste.

Ammettiamolo, i pini delle Lande, come altre piantagioni artificiali di conifere in tutta la Francia, sembrano essere la risposta perfetta alle esigenze di legno del nostro tempo: crescita rapida e uniforme e adattamento ideale alle segherie che trasformano il legno in travi, parquet e mobili. Ma come abbiamo visto, la foresta non si limita ad essere un fornitore di legno. Oggi, come in passato, i suoi usi sono numerosi e controversi, per non parlare del suo importante ruolo ecologico nel mantenimento di una buona qualità del suolo e dell'acqua, nella regolazione del clima, e altro ancora. Produrre legno preservando la foresta è un tema molto importante, che molti forestali e artigiani del legno - dai falegnami ai liutai - che danno priorità alla qualità o che desiderano aggiungere un'anima forestale al loro lavoro, stanno prendendo in considerazione.

Abbiamo visto che l'uso del legno influenza il modo in cui viene prodotto, determinando così anche la forma della foresta. Nel nostro tempo, ritroviamo quasi tutti i metodi di produzione del passato, in misura maggiore o minore. Il prelievo non gestito sta diventando raro, ma potrebbe tornare con prepotenza nel contesto dei recenti aumenti dei prezzi dell'energia, rappresentando una minaccia preoccupante per la conservazione delle foreste. Lo svecchiamento, o sfoltimento dell'epoca medievale, sta tornando in auge sotto forma di foresta irregolare o foresta giardino, mentre il taglio netto, favorito nei secoli passati, è oggi fortemente criticato a causa delle piantagioni monospecifiche ad esso associate e dei danni causati dalle macchine per l'abbattimento e il trasporto. Verso dove si dirige la nostra società per ottenere il legno di cui ha bisogno per funzionare? Come troverà posto la foresta naturale?

L'attuazione del progetto sostenuto dall’Association Francis Hallé pour la forêt primaire potrebbe essere un interessante elemento di riferimento. Osservando l'evoluzione naturale di una foresta lasciata intatta, gli scienziati e i forestali potranno fare notevoli progressi nella comprensione di tutte le foreste, e i visitatori potranno sperimentare la differenza tra questa foresta modello e gli altri boschi che conoscono.

Oltre a tutte le foreste di produzione, quella del nostro progetto sarà utilizzata diversamente. Sarà una foresta da guardare, per imparare e ammirare, e un'ispirazione, noi speriamo, per i forestali del futuro.


Nota:

[1] Secondo quanto affermato da Adolphe Parade, preside della scuola dal 1838 al 1864. La scuola ha cambiato nome diverse volte (École royale forestière, Ecole nationale des Eaux et Forêts…) ed è ora integrata nell’istituto AgroParisTech.


Per approfondimenti:

Sylvie Bépoix et Hervé Richard (Dir.) La forêt au Moyen Âge, Paris, Les Belles-Lettres, 2019, tra cui Frédéric Épaud, « les forêts et le bois d’œuvre dans le Bassin parisien » pp 51-80

Andrée Corvol, L’Homme aux bois. Histoire des relations de l’homme et de la forêt, XVIIe-XXe siècle, Paris, Fayard, 1987

Martine Chalvet, Une histoire de la forêt, Paris, Seuil, 2011

Alain Persuy, Sauvez les forêts ! Petit manuel de résistance citoyenne, Double Ponctuation, 2022



Felice Olivesi


Traduzione a cura della Redazione di Cansiglio.it

Fonte: Association Francis Hallé - 05.10. 2022