Quando la tempesta Vaia ha colpito le montagne del Nordest provocando ovunque frane e smottamenti, scalzando briglie e distruggendo ponti, lasciando a terra milioni di alberi sradicati o schiantati dalla violenza di venti ancora sconosciuti, la mia prima reazione è stata di sgomento ma anche di consapevolezza. Sì, uso questa parola spesso abusata perché è quello che ho provato all'indomani, con davanti agli occhi le immagini di radici all'aria, rami spezzati, tronchi spaccati, interi boschi spazzati via. Improvvisamente mi sono resa conto che quello di cui da anni parlavo, il riscaldamento globale, la crisi climatica, la fragilità degli ecosistemi, non era più qualcosa che sarebbe accaduto, che avrebbe condizionato la nostra vita in futuro, ma era già qui, era adesso, era il nostro presente.

I boschi e le foreste rappresentano gli ecosistemi più evoluti presenti sulla terraferma, e hanno impiegato milioni di anni per raggiungere il massimo equilibrio e la maggior produttività possibile in relazione all'ambiente in cui vivono. Anche dove l'uomo ha tagliato, alterato, indebolito, questi incredibili popolamenti riescono a riprendersi, a rinnovarsi, a riconquistare i terreni perduti. Davanti alle distese di boschi distrutti ho compreso subito che era accaduto qualcosa di epocale, che la loro resistenza e resilienza erano state superate da un fattore ambientale, il vento, che non conoscevano così violento e distruttivo. Un vento figlio del riscaldamento globale, di un cambiamento troppo rapido perché loro potessero adattarsi come avevano fatto in altri momenti nella storia della Terra. Da quel giorno ho iniziato a studiare, scrivere, divulgare tutto quello che scoprivo e approfondivo sugli alberi e il cambiamento climatico; in particolare su quello che era stata Vaia, anche per andare oltre le tante sciocchezze che circolavano sui media. La cosa era davvero grave, la velocità del cambiamento stava superando le più prudenti prospettive, dovevamo fare subito qualcosa. Gli alberi erano stati chiari, e io volevo che tutta quella distruzione non fosse avvenuta per nulla, tanto da riuscire a vederla anche in positivo: di fronte a un simile disastro avremmo aperto gli occhi, approfondito le conoscenze, messo in atto l'unica cosa che poteva davvero servire: ridurre le emissioni di CO2 e anche, individualmente, i consumi. Forse i boschi non erano caduti invano; forse anche questa distruzione era un dono per noi uomini, perché ci avrebbe fatto aprire gli occhi per cambiare.

IL DOPO VAIA

Sono passati ormai cinque anni e di tanti propositi, promesse, impegni, non è rimasto quasi nulla.
Anzi: Vaia non solo non ci ha fatto cambiare, ma ha contribuito a peggiorare ulteriormente le cose. In modo naturale favorendo le infestazioni del bostrico (Ips typographus), un coleottero scolitide che sta distruggendo i boschi di abete rosso indeboliti dalla tempesta; e grazie anche al nostro contributo, con la costruzione di strade e piste forestali su montagne già martoriate dalla tempesta, spesso dove non serviva, creando ulteriori dissesti dentro le aree forestali.
Il recupero degli schianti ha inoltre favorito l'uso sempre più esteso di nuovi macchinari forestali, gli Harvester e i Forworder, utilissimi in queste situazioni ma che non vanno assolutamente usati per i normali tagli forestali, poiché il loro utilizzo presuppone l’apertura di strisce a raso all'interno del popolamento atte a far passare la macchina e utilizzare le sue braccia mobili.

La nostra selvicoltura ha radici molto antiche e non temo nel definirla “la più bella del mondo”. Già i Veneziani avevano ben compreso che per ottenere i migliori alberi per le loro navi dovevano mantenere i boschi strutturati e forti, ricchi di piante mature e ben conformate, e avevano inventato il taglio saltuario per piede d'albero, o taglio cadorino, che consentiva loro di prelevare una pianta qui, una pianta laggiù, senza compromettere la struttura della foresta. Così come in Cansiglio avevano vincolato la foresta a fustaia, senza mai ceduarla, per poter avere dei faggi alti e possenti dai quali poter ricavare i remi delle galere, che dovevano essere un unico pezzo lungo da 13 a 17 metri! La selvicoltura in Italia ha attraversato varie fasi: da un periodo in cui era prettamente produttivistica, con effetti negativi sull'assetto dei boschi e sulla biodiversità, ad anni più recenti in cui è stato coniato il termine selvicoltura naturalistica, che prevede di poter ricavare dal bosco il legname necessario seguendo l'esempio della natura, evitando in modo assoluto il taglio raso e favorendo i boschi misti e disetanei. Purtroppo l'eredità di Vaia, ma ancor più il sistema economico che domina la nostra epoca, dove l'unica regola è massimizzare il profitto e dove ogni cosa, dal cibo agli alberi, è semplicemente una merce come tante, ha portato a perdere sempre più queste preziose modalità per affidarsi alla meccanizzazione degli interventi, che non consente certo di applicare un tipo di taglio puntiforme e sicuramente più costoso. Il tutto con una perdita contestuale di conoscenza del territorio e di professionalità, considerato che la filiera del legno è andata scomparendo e le piccole ditte boschive sono ormai rare. Ma non c'è molta scelta: basti pensare che un Harvester può allestire circa 200 m3 di legno al giorno mentre un gruppo di boscaioli circa 20, e solo una politica di sostegno e attenzione alla montagna potrebbe favorirne la sopravvivenza.

IL COLLASSO DEGLI ECOSISTEMI FORESTALI

In questi cinque anni le cose sono andate precipitando. Le temperature sono aumentate in modo sempre più rapido, le ondate di calore sono divenute più frequenti e intense, così come gli eventi estremi che flagellano le nostre montagne. Anche i boschi sono sempre più in crisi, colpiti da vari nemici che stanno mettendo a rischio l'assetto degli ecosistemi forestali.

Come abbiamo visto, una delle principali cause di morte e distruzione dei popolamenti forestali sono le tempeste di vento e gli eventi estremi che sempre più spesso flagellano i boschi in ogni parte del pianeta. Nel 2018 Vaia ha distrutto circa 9 milioni di m3 di legname, ma la media in Europa è di circa 38 milioni annui e il solo uragano Lothar, nel 2004, ne ha distrutti 246 milioni. Allo stesso modo nelle città gli alberi, che prima venivano piantati vicino alle case per fare ombra o difenderle dai venti, oggi vengono tagliati perché improvvisamente pericolosi. Il riscaldamento globale porta infatti ad avere più energia in gioco; mari più caldi che mettono a disposizione molta più materia prima per piogge sempre più intense e differenziali di pressione e temperature che favoriscono lo scatenarsi di venti molto più violenti.

Altra importante causa di morte sono poi insetti e parassiti, che si diffondono in modo esponenziale proprio nelle aree colpite da eventi estremi, dove vi sono alberi feriti e indeboliti che non oppongono resistenza. Ma se dopo il passaggio di Vaia la causa dell'infestazione del bostrico è stata principalmente questa, oggi a favorirne la diffusione è lo stesso aumento della temperatura, che nelle nostre Alpi è di circa 2,5°C rispetto al trentennio precedente. Troppo per l'abete rosso che ama climi più freschi e che, in questa situazione, s'indebolisce diventando facile preda dei parassiti; proprio come noi che, quando siamo stressati o debilitati, veniamo più facilmente attaccati da virus e batteri. Così l'Ips typographus, presente normalmente in quantità equilibrata nei boschi, esplode demograficamente e riesce ad attaccare e far morire anche piante sane. Questo anche grazie alle politiche forestali del passato che hanno sempre favorito l'abete rosso, anche con rimboschimenti monospecifici, nonostante in natura i boschi siano per la gran parte misti e disetanei e di conseguenza più forti e resistenti: se un parassita attacca una specie non colpisce le altre e così il popolamento nel suo complesso riesce a resistere. Secondo gli studiosi l'abete rosso è destinato a scomparire dalle foreste dell'Europa, come dimostrano le massicce infestazioni che hanno subito le peccete a nord delle Alpi già prima di Vaia. Il problema che emerge è però molto più vasto e ci dice che gli alberi non riescono a tollerare cambiamenti così repentini dei fattori ambientali come piovosità, temperatura, aridità, umidità, venti ecc. Questo, infatti, porta a un indebolimento generale tanto che negli ultimi anni anche i larici, particolarmente stressati dalle alte temperature, vengono attaccati dal bostrico. Se ci spostiamo poi in altre parti del mondo, la situazione non è certo migliore: in America l'Ips confusus sta distruggendo enormi estensioni di Pino del Colorado, mentre le sequoie dei parchi nazionali americani, simbolo di resistenza e longevità, indebolite da incendi e siccità eccezionali, vengono decimate dal coleottero del genere Phloeosinus, dal quale prima riuscivano a difendersi. Ma non finisce qui. Un'altra gravissima conseguenza del riscaldamento globale è il proliferare di incendi boschivi sempre più vasti, violenti, incontrollabili e diffusi anche in luoghi inusuali. Anche in Italia gli ettari di superficie boscata bruciati sono in aumento, soprattutto nel Meridione, in Sicilia e Sardegna, ma anche nel resto d’Italia come quelli che nel 2022 hanno colpito il Parco Nazionale della Valgrande, il Piemonte e il Carso Triestino. Gli ettari di bosco distrutti dal fuoco tra il 2017 e il 2022 sono circa 400.000: un'estensione enorme se rapportata al nostro patrimonio forestale pari a circa 11 milioni di ettari. L'ampiezza sempre maggiore dei singoli fuochi, i periodi in cui avvengono, l'intensità che assumono, mostrano incendi boschivi sempre più vasti e distruttivi, complice alta temperatura, siccità e venti forti, ma anche l'abbandono della montagna e delle cure puntuali ai boschi che venivano fatte un tempo, oltre alla mancanza di una struttura organizzativa davvero efficace preposta allo spegnimento. Incendi per la gran parte causati dall'uomo, perché solo l'1-2% sono provocati da cause naturali che sono sostanzialmente i fulmini. Incendi boschivi sempre più violenti ed estesi colpiscono ogni anno non solo l'Italia ma tutti gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo, dove a favorire giganteschi roghi sono state anche le politiche forestali degli anni Sessanta, quando migliaia di ettari di leccete e sugherete, piante che hanno una straordinaria resistenza agli incendi, sono stati sostituiti da pini marittimi ed eucalipti, piante ad accrescimento più rapido e più redditizio per la produzione di cellulosa, ma altamente infiammabili. Nel 2017 nella Penisola Iberica, e soprattutto in Portogallo, a causa di siccità e di venti forti, sono arrivati a bruciare 14.000 ettari di bosco/ora, una velocità mai vista! E nell'estate 2023 incendi ancora più violenti hanno colpito Spagna e Isole Baleari, Sardegna e Grecia, dove sono state evacuate intere aree nel pieno della stagione turistica. Nonostante questo, le politiche forestali della Comunità Europea sono ancora settoriali, poco integrate, prive di linee guida per il contrasto comune agli incendi e ai cambiamenti climatici, dove è ancora il mercato del legno e delle biomasse a dettare le priorità, e non le esigenze legate al riscaldamento globale e alla conservazione della biodiversità.

Negli ultimi anni tutto il mondo è colpito da incendi forestali di dimensione mai vista; dalla California, un tempo famosa per la coltivazione delle mandorle e ora  troppo arida e inospitale per gli alberi da frutto, all'Amazzonia, dove da anni la pratica del fuoco è al soldo di speculazioni legate agli allevamenti intensivi e alla produzione di campi di soia per animali e dove la foresta, indebolita da tagli, incendi e siccità, ha perso milioni di alberi e sembra essere entrata in una fase di sofferenza che porta a un’ulteriore diminuzione delle precipitazioni. In Africa gli incendi sono di proporzioni mai viste, come pure in Australia, dove il fuoco controllato era addirittura una pratica degli aborigeni per favorire la rinnovazione delle piante, e cosi nel Nord America. La stessa evoluzione negativa si verifica poi nelle grandi foreste siberiane, dove negli ultimi anni vi sono incendi sempre più estesi e impossibili da contenere. Qui nel 2020 sono andati a fuoco circa 10 milioni di ettari di foreste, che sono quasi raddoppiati nel 2021 raggiungendo i 18 milioni, una superficie che non ha eguali, tanto che gli studiosi temono che in alcune aree sia ormai inevitabile la trasformazione della foresta in prateria. Nel 2021 uno di questi roghi, in Jacuzia, ha bruciato da solo 1,5 milioni di ettari guadagnando il triste primato di incendio più vasto del pianeta. Il fumo ha raggiunto per la prima volta il Polo Nord e le città sono divenute invivibili a causa dell'inquinamento, che ha rappresentato il più grave evento di questo tipo al mondo con la più elevata produzione di PM2,5 mai registrata. Nell'estate del 2023 anche il Canada è stato colpito da incendi vastissimi, che gli ultimi dati stimano attorno ai 10 milioni di ettari, quanto l'intero patrimonio forestale italiano! Così gli incendi non sono solo diventati più vasti e frequenti ma hanno anche ampliato le zone colpite, manifestando l'impatto più pesante proprio nell'emisfero boreale, nelle grandi foreste del nord America e della Siberia. Nonostante l'entità di questi eventi, che gli scienziati definiscono drammatici per le conseguenze che avranno sul clima e sul regime delle piogge, tanto da definire Pirocene la nostra era, in Italia quasi non se ne parla, dimostrando ancora una volta come informazione e conoscenza siano lontane dalle necessità reali.

LE POLITICHE FORESTALI

Un quadro così preoccupante dovrebbe portare a una conseguente politica forestale di protezione e di conservazione, considerando i molteplici servizi ecosistemici che il bosco ci fornisce e che riporto qui in sintesi: i boschi e le foreste sono responsabili dell'assorbimento di circa il 30% delle emissioni di CO2 che l'uomo produce, e il loro effetto è visualizzabile soprattutto nell'emisfero boreale, dove le foreste seguono un ciclo stagionale perdendo le foglie o riducendo la loro attività durante la stagione invernale. Pensare che milioni di alberi stanno morendo anche sulle nostre montagne, ci dovrebbe far riflettere sul conseguente minor assorbimento di CO2 proprio in un momento in cui questo è sempre più necessario per compensare le emissioni fossili. Le foreste sono poi importanti per la formazione del clima, che è influenzato dalla presenza delle grandi distese forestali come la foresta amazzonica, quella del Congo e la taiga siberiana, alle quali sono legate le precipitazioni di intere regioni. Ma anche in aree più piccole è evidente l'azione mitigatrice che hanno i boschi, riducendo le escursioni termiche, proteggendo dai venti e influenzando l'umidità e la pioggia. pioggia. Ancora i boschi e le foreste sono fondamentali per la creazione del terreno e delle riserve idriche, come pure per la difesa da frane e valanghe e per la funzione idrogeologica che svolgono. Dobbiamo inoltre ricordare la funzione turistico-ricreativa che svolgono, sempre più importante per l'uomo moderno che necessita di ambienti naturali dove poter camminare e trovare spazi e momenti di benessere. Ma ancora e soprattutto i boschi sono fondamentali per la conservazione della biodiversità della Terra, che attualmente è presente per l'80% proprio al loro interno e che risulta essenziale per la nostra stessa vita. Tutti questi servizi ecosistemici sono molto più importanti della semplice produzione legnosa del bosco, ma non sono facilmente monetizzabili, per cui nei normali conteggi riguardanti i prodotti economici del bosco non vengono considerati. Si arriva così all'assurdo di sacrificare un patrimonio di servizi e biodiversità per un rendimento economico immediato, ma neppure confrontabile con quello che stiamo distruggendo. Nonostante la consapevolezza della crisi climatica, la politica di sfruttamento dei boschi non si arresta e viene anzi incentivata anche in quei Paesi che fino a oggi erano propensi alla conservazione e alla salvaguardia seguendo gli interessi della finanza, grazie all’alibi dell’attuale crisi energetica.

Ecco che di fronte a questa nuova emergenza si moltiplicano le risposte che vedono nel legno il modo migliore per combattere il costo sempre più alto dell'energia, soprattutto nelle comunità di montagna ma non solo, complice la politica di incentivi che continua a favorire le centrali a biomassa legnosa in molte parti d'Italia e d'Europa. Questa folle strategia viene giustificata da alcuni presupposti assolutamente scorretti o manipolati. Il primo è che il legno e suoi derivati siano rinnovabili, ma così non è, se con questo aggettivo intendiamo fonti energetiche che sono immediatamente presenti e utilizzabili come sole, acqua, vento. L'energia da fonti fossili è, invece, chiaramente non rinnovabile poiché petrolio, carbone, gas, hanno impiegato milioni di anni per generare quei depositi che oggi stiamo utilizzando ed esaurendo. Ma anche il legno richiede tempo per essere prodotto dalle piante che, grazie alla fotosintesi, trasformano la CO2 catturata dall'aria in tessuti che vanno a costruire il tronco, le radici e i rami degli alberi. Quando utilizziamo il legno come combustibile liberiamo istantaneamente tutto il carbonio accumulato in decenni, e per riavere a disposizione la biomassa utilizzata servirà altrettanto tempo. Tempo che non abbiamo se vogliamo ridurre entro pochi anni le emissioni di CO2 e ricondurre entro limiti accettabili l'incremento delle temperature del pianeta. Anche l'affermazione che le biomasse forestali siano carbon neutral, non vadano cioè a incrementare la CO2 presente nell'aria poiché non si fa altro che restituire con le emissioni quel carbonio che le piante hanno assorbito nella loro vita, è falsa. Basti pensare che l'intervento di abbattimento, esbosco, trasporto e depezzamento necessari a rendere il legno utilizzabile in stufe, caldaie o centrali a biomassa, produce ulteriori emissioni di CO2, portando così a un bilancio finale comunque positivo per le emissioni di gas serra. Senza tener conto poi che legna, pellets e biomassa hanno dei rendimenti molto bassi e oltre a produrre CO2 sono fortemente inquinanti, come dimostrano innumerevoli studi e puntuali rilievi, tanto che nelle stesse regioni che ne hanno incentivato l'uso, si arriva poi a vietare stufe e caminetti. Con questo non si vuole certo negare l'uso della legna da ardere a piccole comunità di montagna, dove il materiale viene raccolto da sempre nelle vicinanze, né contestare le centrali a biomassa virtuose, realizzate tenendo conto delle potenzialità del territorio, e che utilizzano scarti di segheria e residui legnosi.

Un altro assunto su cui si basano i sostenitori dell'utilizzo dei boschi è che questi sono aumentati e "bisogna" tagliarli. Mi soffermo solo brevemente sul termine “bisogna”, a cui basta rispondere con l'inconfutabile assunto per il quale “È l'uomo che ha bisogno dei boschi e non i boschi dell'uomo”, enunciato da Johann Heinrich Cotta nel 1814; prova ne è che le foreste sono vissute per milioni di anni in ottimo equilibrio senza il nostro intervento che, in modo estensivo, ha causato ovunque scompensi e disequilibri. Qualcuno argomenta che questo vale per le foreste vergini o primarie, mentre nei boschi alterati dall'uomo è necessario continuare a intervenire perché non si degradino. Ma anche questa affermazione diviene anacronistica guardando proprio alle formazioni boschive abbandonate: se il popolamento è strutturato, questo potrà evolversi verso un bosco vetusto molto più naturaliforme; se si tratta invece di bosco degradato, questo tornerà da solo al miglior equilibrio possibile anche senza il nostro intervento, impiegando più tempo e passando vari stadi intermedi. Sarebbe quindi molto più onesto ammettere semplicemente che al bosco non serve il nostro intervento ma che noi abbiamo bisogno dei prodotti del bosco, in particolare di legno da opera e legna da ardere. Passando poi ad analizzare il tanto conclamato aumento dei boschi, è necessario sottolineare alcuni aspetti. Prima di tutto i termini temporali a cui ci si riferisce. Si stima infatti che dal dopoguerra la superficie forestale in Italia sia aumentata di 1 milione di ettari. È sicuramente vero, ma bisogna anche tener conto che ci si riferisce a un periodo storico dove, in seguito alla guerra e ai tagli eccessivi, il bosco era stato particolarmente impoverito. Se si guardano i dati dell'inventario forestale pubblicato nel 2015, si leggerà che rispetto a 10 anni prima il bosco si è espanso per 586.925 ettari, e su questo dato si programmano interventi e tagli sempre più importanti. Ma quando si procede con questi conteggi si valuta anche tutta la superficie forestale persa nell'ultimo periodo? Se si sommano i 45.000 ettari caduti con la tempesta Vaia; i circa 442.000 ettari di territorio bruciato dal 2016 al 2022; gli ettari distrutti dal bostrico oggi non ancora conteggiati (fine dell'infestazione prevista nel 2026) e i disboschi effettuati per nuove strade e aree urbane, non possiamo certo affermare che i boschi si siano espansi! Senza contare tutti i soprassuoli forestali che risultano sofferenti a causa delle alte temperature e della siccità. Appare dunque evidente che i nostri boschi non si trovino in una situazione di espansione così marcata, ma sono anzi in una fase di sofferenza e di crisi diffusa che ci dovrebbero spingere a un’attenta conservazione dei popolamenti oggi in buona salute. Ma non basta. Sebbene la superficie sia aumentata di quasi 560.00 ha, la biomassa per ha - detta anche provvigione forestale - è di soli 165,4 m3/ha, ben al di sotto di quella ideale che dovrebbe essere circa 300 m3/ha, considerata il minimo per poter ritenere un bosco in salute. Tagliare di più significa quindi impoverire ulteriormente i boschi, che sono già in grande difficoltà. Tagliare e ringiovanire i boschi va a destrutturare il popolamento e incide in modo spesso devastante sulla biodiversità che questo ospita, riducendola drasticamente con la riduzione dello spazio vitale del bosco, rappresentato dalle piante più vecchie e più alte sia verso il cielo sia nel sottosuolo esplorato dalle loro radici. Un ultimo fondamentale aspetto riguarda infine le aree dove si vanno e si andranno a concentrare i tagli. Non certo le zone scomode, povere, impervie, marginali dove il bosco si è espanso, bensì le aree più accessibili, pianeggianti, dove è possibile l'accesso con i mezzi meccanici. Che per la gran parte coincidono con i terreni più fertili e con i boschi che possono fornire gli assortimenti legnosi più buoni e redditizi.

Le foreste in tutto il mondo stanno entrando definitivamente in un tempo di crisi e sofferenza che in vari casi ci fa temere un vero e proprio collasso degli ecosistemi forestali. Non ce ne siamo ancora resi conto e continuiamo a pensare che tutto si risolva, minimizzando le conseguenze del cambiamento climatico su boschi e foreste e dimenticando che gli alberi sono organismi legati a precisi e spesso ristretti range di temperatura e umidità, che se cambiano repentinamente non danno loro modo di adattarsi o di spostarsi, cercando soluzioni che richiedono tempi troppo lunghi. A rendere ancora più confuso e quasi schizofrenico il quadro complessivo è la parallela campagna che spinge a piantare alberi, realizzare piantagioni e rimboschimenti, riempire di verde ogni angolo possibile. Piantare alberi! È questa la parola d'ordine di estese campagne di raccolta fondi, impegni collettivi volontari e non, politiche cittadine, regionali, statali e internazionali che sostengono che solo piantando miliardi di alberi si potrà salvare la Terra. Tutte azioni certamente encomiabili e utili, specie se con queste si riuscirà a riportare il verde nelle città o a realizzare estese piantagioni di alberi che ci aiutino a ridurre le emissioni fossili, ma che distolgono l'attenzione dalla contemporanea, drammatica perdita di boschi che si consuma ogni giorno. Gli alberi nelle città potranno mitigare il clima, rendere l'aria più respirabile e rendere meno stressante l'ambiente di vita, ma non possono certo restituirci la biodiversità che perdiamo ogni volta che un bosco viene tagliato, ringiovanito o semplificato. Ecco quindi che il nostro impegno dovrà essere necessariamente duplice: da un lato piantare alberi e dall'altro conservare e proteggere in ogni modo i boschi che ancora resistono, rinunciando a maggiori profitti e procurando biomassa solo dagli scarti di lavorazione o dall'enorme massa di alberi schiantati o morti a causa delle infestazioni di insetti, anche se il costo sarà più alto rispetto al tagliare un bosco in piedi. Ricordandoci che mentre con nuove tecnologie ed energie davvero rinnovabili potremo risolvere i problemi energetici di una popolazione in continua crescita, in nessun modo potremo, una volta che sarà distrutta, ricreare la biodiversità indispensabile alla vita della Terra e che ancora si conserva nei boschi e nelle foreste.

Paola Favero
Forestale, GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna)

L’articolo è tratto dalla rivista Alpi Venete, n.2, 2023.