Categoria: Libri
Editore: Dario De Bastiani Editore
Pagine: 277
ISBN: 9788884663726
Anno: 2014
Documento:  Documento Link Editore

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Serenissimo Principe, restarono morti nel funesto assalto più di un terzo dei soldati ed ogni (...)

PREMESSA

Serenissimo Principe, restarono morti nel funesto assalto più di un terzo dei soldati ed ogni ufficiale si può dire che restasse o morto, o ferito, perché tutti valorosi, conoscendo il grave pericolo di quel giorno e baciando con tutta devozione la mia croce, andarono ad incontrare la morte più da santi, che da soldati.

Milano Benzio vescovo della Canea

Girolamo Civran, sebben piegato dai dolori, volle comunque dare udienza al conte Alfonso Antonini venuto nella fortezza di Palmanova per chiedergli aiuto. Civran, che della fortezza era provveditor generale, restò sorpreso dalla richiesta del nobile che cercava “un’abitazione per ridurvi le gentildonne di sua casa perché aveva sicuri avvisi che in Bosnia ai confini con la Croazia i turchi si fossero ingrossati e che la loro cavalleria (...ventimila?) era pronta per portarsi ad invadere la stato di Sua Serenità e che, se anco fossero stati scoperti, in uattro sole giornate avrebbero compiuto il cammino senza difficoltà”.

Il provveditore avvisò subito il governo di Venezia perché, nel caso di un attacco così repentino ed inaspettato, il più grande baluardo dei confini orientali, quale era appunto la fortezza allora in costruzione, si sarebbe trovato sguarnito di milizie e di munizioni e non adatto ad accogliere quei civili che avessero seguito l’esempio di Antonini. Spedì anche un suo agente di fiducia per andare a raccogliere in Istria maggiori notizie  e verificare la verità. Convocò gli ufficiali ed i tecnici ed ebbe da loro la conferma che “la fortezza al di fuori era mancante della regolazione della strada coperta e della controscarpa col suo declivio e della spianata e per tutto il tratto la fossa non era scavata, né elevate le mezzelune e altri membri per coprire le porte e le cortine, tutte opere che ricercavano grossissima spese l’impiego di molte persone, che altri membri della fortificazione di dentro erano dannificati ed imperfetti e richiedevano d’essere stabiliti e restaurati”. La situazione si dimostrava ancor più disastrata per le condizioni fisiche in cui stava il provveditor generale “oppresso da ritenzione d’orina con alterazione dei polsi e con dubbio di terminar la vita in poche ore”.

Pure il luogotenente di Udine Girolamo Giustinian venne a sapere da un mercante tornato dai territori arciducali che il sultano ammassava in Bosnia molti cavalli (...centomila?) con l’ordine di star pronti alla marcia e che gli austriaci si erano già messi all’erta, ma pareva che la cavalleria turca non avrebbe violato i loro territori, anzi si sarebbe  rovesciata sulla pianura friulana diretta contro Venezia. [...]
Anche i rappresentanti governativi di Cividale, di Monfalcone e quelli dell’Istria erano sbalorditi ed inorriditi. Il comandante della polveriera di Osoppo segnalò che i suoi depositi di munizioni erano guastati dall’umidità. Il rappresentante di Pordenone scrisse che quel castello era ridotto alla condizione di spelonca.
Se le autorità veneziane erano sgomente, altrettanto terrorizzate erano le popolazioni friulane che pensavano già di mettere in piedi delle truppe popolari, infatti “i capi delle contrade si mossero per mettere a ruolo tutti gli abitanti atti alle armi ove ricercasse la maggior necessità e per dare ad essi le munizioni e la necessaria vestizione”.

Queste notizie arrivarono a Venezia i primi di luglio del 1645, ma dopo ualche giorno ci si rese conto che l’attacco turco ai confini friulani era una mossa depistante perché il sultano Ibrahim aveva invece mandato la sua armata navale ed aveva fatto sbarcare il suo esercito nel possedimento veneto dell’isola di Candia, o Creta. Da lì le informazioni erano arrivate confuse finché un vascello veloce portò a Venezia monsignor Milano Benzio vescovo di Canea. Il prelato fu subito fatto passare nell’appartamento privato del doge.
“Voglio sapere cosa veramente è successo” gli chiese il vecchio principe Francesco Ruzzini, battendosi con un dito ossuto l’orecchio per avvertire che era sordo.
“Serenissimo – gli rispose il vescovo a chiara voce – la fortezza della Canea, che è un porto principale della vostra isola di Candia, è caduta in mano ai nemici della cristianità.” [...]
Appena il quadro generale dell’attacco si delineò in tutta la sua tragica realtà, il governo informò le autorità locali della Terraferma che “ha l’impero ottomano fatto apparire le prove della sua pessima volontà contro il cristianesimo, ha perturbata la quiete ed occupato indebitamente gli stati altrui, e nei presenti tempi in particolare rende con atti di infedeltà palesi i suoi depravati fini, dandosi d’improvviso a formidabile ammasso di genti, di galee e di navigli e contro le convenzioni lo si sente con inaspettata e barbara maniera passato all’invasione di Candia”.

Anche il podestà e capitano di Belluno Gio. Carlo Savorgnan ebbe queste informazioni. Convocò immediatamente il consiglio cittadino per metterlo al corrente e riferì poi al governo che “il consiglio di questa città ha udito le espressioni ed io stesso ho veduto piangente il cuore d’ognuno ed afflittissimo l’animo, non vi fu chi non esibisse se stesso, i figli e le sostanze come suddito fedelissimo”. Savorgnan informò anche il vescovo Tommaso Malloni ed il clero di Belluno, i quali fecero “esporre per tre giorni continui nella cattedrale e nelle altre chiese il Santissimo e principiarono a far orazioni e cantar litanie e faranno ogni domenica processioni col portare le reliquie più preziose per implorare la vittoria collo sterminio dei nemici onde risorga la pace e la gloria della Serenissima Repubblica”.
Ed improvvisamente la rappresentanza di Belluno fu coinvolta nella guerra. Il senato in nome del doge mandava in città ogni sedici mesi come proprio rappresentante un esponente del patriziato veneziano con il titolo di podestà e capitano per gestire tutto il territorio ed in particolare i boschi d’Alpago, ossia la faggeta del Cansiglio riservata all’arsenale per la provvista di remi. Tale esclusiva destinazione era stata stabilita con un decreto del 21 novembre 1548, decisione seguita da altre per una più esatta delimitazione, facendo salvi però i diritti di pascolo nelle praterie interne, o immediatamente confinanti.

Il sequestro era stato allora comunicato dal doge Francesco Donà al podestà in carica Domenico Falier e, fra l’altro, gli fu detto che la sua competenza si sarebbe estesa non solo sul Cansiglio, ma anche sulle sue propaggini sotto i feudi di Aviano, Polcenigo e Cordignano, le podesterie di Caneva e Serravalle, la gastaldia di Fregona. La prima lettera  fu seguita da un’altra per la nomina di Gio. Battista Saler quale capitano, o responsabile diretto dei boschi. Fra i compiti principali delle due cariche, di diverso grado di responsabilità, c’erano quelli di vigilare sui confini, di combattere i tagli abusivi e di controllare la quantità di bestiame immessa sui pascoli.
Da quella data la legislazione si andò sempre più affinando, mantenendo però costante il riferimento a questi tre punti principali. In particolare fu costante il richiamo alla vigilanza sui cippi piantati una prima volta nel 1550 dal provveditor all’arsenale Antonio da Canal. Sui cippi doveva essere una croce come sui muri perimetrali delle chiese per dimostrare visivamente la sacralità del luogo, destinato al sostentamento dell’armata veneta da sempre impegnata negli avamposti della cristianità. Dal 1645 al 1669, tanto durò l’accanita difesa di Candia, di remi l’armata ne consumò decine di migliaia e fu incessante il richiamo del senato per il controllo sui cippi, la repressione dei furti ed il controllo sui pascoli per salvaguardare un capitale così prezioso. E siccome i podestà non sempre avevano tempo, disponibilità, oppure adeguate conoscenze tecniche e legislative, si mise sempre più in evidenza l’avvocato Prudenzio Giamosa, consulente fisso della tesoreria, o camera fiscale di Belluno.

 

SOMMARIO

Prima parte

Premessa
Dall’anno 1645 all’anno 1657
Intermezzo
Dall’anno 1659 all’anno 1669
Conclusione

Seconda parte

Dall’anno 1548 all’anno 1658
Dall’anno 1572 all’anno 1573
Dall’anno 1573 all’anno 1575
Dall’anno 1575 all’anno 1576
Dall’anno 1588 all’anno 1614
Dall’anno 1621 all’anno 1623
Nell’anno 1653
Nell’anno 1656
Dall’anno 1656 all’anno 1658
Dall’anno 1658 all’anno 1659
Dall’anno 1659 all’anno 1666
Nell’anno 1667

Toponimi del bosco

Fonti

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