Categoria: Libri
Editore: Vianello
Pagine: 136
Anno: 1989
Note: Introduzione di Mario Rigoni Stern: Le quattro stagioni del Cansiglio

Quando si parla di bosco tre sono le dimensioni che ne delineano le funzioni precipue: la produttiva, la protettiva e quella turistico-ricreativa. Già dal secolo XVII gli alti fusti dei faggi del Cansiglio avevano impressionato i responsabili della Serenissimo Arsenale e nella relazione sullo stato del bosco presentata al Doge in data 12 marzo 1608, il podestà di Belluno Alvise Mocenigo, si preoccupava di sottolineare che essi “devono essere carissimi a guisa di pretioso tesoro”. Un tesoro sintesi di legno, acqua, oro: cioè i faggi, remi delle galere veneziane; l’acqua del Mediterraneo, via dei commerci con le Indie; oro, rendita dei negozi.

Se la funzione produttiva era primariamente cara ai “moderni” governatori del bosco d’Alpago, quella protettiva ha ricevuto dalla loro opera grande giovamento giacché il terreno dell’altopiano apre qua e là profonde ferite, i “bus”, a dimostrazione della carsica eziologia.
L’albero trattiene, coagula, per certi versi convive simbioticamente con la terra: senza di lui essa frana. La gente tutto questo lo sa, ma per necessità taglia il bosco perché il legno produce denaro e calore.

Oggi di tutto ciò resta prevalentemente la memoria storica e l’uomo della città cerca in Cansiglio anche nuovi beni: oasi di pace, di svago, di ricerca interiore. La foresta registra così gioiose invasioni perché qui il bosco è ancora bosco e l’ambiente è “com’era una volta”, si dice, com’è sempre stato, almeno da mille anni a questa parte. Ciò al prezzo delle quotidiane privazioni dell’uomo di montagna che merita perciò vero rispetto e concreta solidarietà. Venezia ha cominciato, lo Stato ha continuato, la Regione, tramite l’Azienda delle Foreste perpetua, il montanaro presidia e opera. Anche il libro, questo libro, che abbiamo voluto di un Veneziano, ed il più bravo, ci aiuterà in questo.

                                                                                                                        Renzo Fant
                                                                                                    Presidente Azienda Regionale Foreste Veneto

 

Le quattro stagioni del Cansiglio
di Mario Rigoni Stern

Il grande ghiacciaio che scendeva dalle montagne rosa si era ritirato, le valli verso la pianura si erano impaludate e, come una grande isola sopra il mondo che emergeva dai millenni, quel luogo della terra che oggi si chiama Cansiglio, si disponeva ad accogliere gli uomini. Dai noccioli in fiore le api raccoglievano il polline, nei posti solivi gli anemoni si aprivano alla luce e i gialli farfaracci rallegravano il grigio delle pietre calcari. Su, in alto, gli abeti fremevano gli apici all’aria nuova, i larici non avevano ancora rivestito i loro rami ma i fiori rossi erano là turgidi per sbocciare; più sopra ancora i neri pini montani incominciavano a rivestire le rocce dei monti. In quella lontana primavera, dopo che le grandi prede erano emigrate verso il Nord, dalle pianure d’Oriente giunse un gruppo di uomini che cercavano territori di caccia. Camminavano guardinghi portando in mano chi una lancia, chi sulle spalle un arco. Dopo aver attraversato un torrente salirono per il fianco di un monte cespuglioso. Ogni tanto qualcuno di loro si chinava ad osservare tra l’erba e tra i sassi; poi due si staccarono dal gruppo e presero a salire veloci verso il culmine della montagna. Ritornarono i due e con i gesti e con poche parole si fecero seguire dal gruppo. Il sole se n’era andato dietro l’orizzonte di profili imprecisi, ma laggiù, oltre il ciglio della montagna, si apriva una chiara radura tra una fitta selva, rinchiusa a sua volta da alti monti ancora tutti bianchi e azzurri. Nella radura pascolavano i cervi: laggiù tra una leggera nebbia si vedevano le femmine gravide, i giovani che ancora stavano vicino alle madri, i maschi dai palchi maestosi e nuovi. Improvvisamente, come a un segnale, tutti i cervi corsero dentro il bosco e tra l’erba folta apparve un grosso orso. Un cuculo mandò alla sera il suo saluto. Scese la notte; gli uomini accesero il fuoco, e quando l’urogallo chiamò il sole e venne l’alba, i due che erano andati in avanscoperta si allontanarono verso la pianura lontana per ritrovare ed accompagnare sulla nuova terra le donne, i bambini e gli anziani che erano rimasti in attesa sulle rive di un largo fiume ghiaioso.

Le foreste erano cresciute nei secoli: gli abeti alti e dritti sostenevano il cielo e le stelle, i grandi faggi ombrosi facevano filtrare la luce nel sottobosco dove i ciclamini odoravano i crepuscoli, i larici nelle ore meridiane colavano trementina. Ogni tanto arrivavano i Magistrati alla legna e ai boschi e i Reggitori dell’Arsenale per scegliere gli alberi da vela e i faggi da quarto per i remi. (E’, il faggio, il legno che meglio si adatta alle mani dell’uomo: fa calli ma non piaghe). Venne l’estate del 1818 e dalle case di Roana, uno dei Sette Comuni, partirono le prime famiglie cimbre che vennero a lavorare il legno nelle terre del Cansiglio. Erano scesi per l’Asstal con le spose e i figli, con gli attrezzi di lavoro: asce, scuri, coltelli a due manici, sgorbie, pialle, seghe e dopo due ore di cammino, come da una porta tra due pareti rocciose, uscirono nella pianura. Per tutti loro era la prima volta che lasciavano il luogo natio e  a farli partire era stato l’invito dei Veneziani e la carestia causata dalla riduzione delle greggi imposta dal Maggior Consiglio. Camminarono per sei giorni, passarono il Brenta e il Piave, dormivano nelle barchesse; giunsero a Serravalle da dove poterono vedere le pendici di quelle montagne che aspettavano il loro lavoro. Al settimo giorno erano dentro la foresta dove con occhio esperto gli anziani artigiani guardarono ammirati i grandi e diritti abeti e i maestosi faggi da dove con abile mano avrebbero ricavato gli oggetti per rendere più facile il vivere della gente.

Edificarono le loro abitazioni sovrapponendo i tronchi squadrati con l’ascia, coprirono l’intelaiatura del tetto con le scandole, con le pietre costruirono i focolari. Intanto le loro donne raccoglievano le erbe per preparare la minestra d’orzo. I ragazzi mettevano trappole e lacci per catturare scoiattoli e uccelli. Alla sera i gufi uscivano in caccia ma le donne e i ragazzi, sotto i provvisori tetti di corteccia e vicino al fuoco con gli uomini, si sentivano al sicuro anche dai lupi. Dopo oltre cinquant’anni un altro cimbro arrivò in Cansiglio, era il primo Ispettore Forestale del Regno; li incontrò che stavano lavorando e, dopo averli sentiti parlare, disse nell’antica lingua dei Sette Comuni: “Ba’me gasingach, kennetsich’z vögelle! Grüüs Got, loite!” Dal canto si riconoscono gli uccelli! Salutiamo Dio, gente!

Il bosco sgrondava acqua dai rami degli abeti e dai tronchi dei faggi, la terra emanava odore d’autunno; nelle radure e sotto gli alberi crescevano e marcivano porcini, amanite, agarici, cortinari; sui prati rasati, dopo l’ultima falciatura e l’ultimo pascolo, i colchici autunnali si sfacevano tra il letame. Sui monti intorno le nuvole stavano tenacemente aggrappate; le pozze tracimavano l’acqua che veniva inghiottita dalle buse per riaffiorare torbida verso il lago di Santa Croce e il Livenza. Nelle pause della pioggia le cesene e i tordi si avvicinavano alle case dove sui sorbi facevano da richiamo i rossi grappoli delle bacche. Alla sera le case rinchiudevano gli scuri, così che all’esterno non appariva nessun lume e unico segno di vita era il fumo dei camini che si confondeva nell’aria nebbiosa. Vicino ai focolari le donne filavano in silenzio la lana delle loro pecore, i vecchi fumavano la pipa guardando il fuoco. I ragazzi dormivano il loro sonno profondo e gli attrezzi artigianali stavano inoperosi sugli scaffali.

La guerra sembrava lontana, ma ogni tanto, nella notte, il vento portava il rumore delle battaglie che si accendevano e si spegnevano in Cadore, nell’alto Isonzo, o dalle parti dei Sette Comuni, come nel maggio del 1916 e nel giugno del 1917. Anche gli uomini del Cansiglio erano a combattere. Il postino era la persona più attesa, ma quando sommesso e cupo arrivava il boato dei cannoni, le donne accendevano un lume davanti all’immagine della Madonna. Il giorno 8 novembre passarono dei soldati che venivano dalla Carnia e chiesero da mangiare. Camminarono via in fretta dopo aver detto che in breve tempo sarebbero arrivati i tedeschi. Il giorno dopo passarono altri soldati inquadrati dai loro ufficiali: erano gli anziani della territoriale che avevano il compito di occupare le montagne verso Farra d’Alpago e il Fadalto per proteggere il ripiegamento di chi scendeva dal Cadore. Quel giorno si sentì tanto sparare nella valle del Piave, sopra Belluno. Dopo ritornò il silenzio.

La pioggia continuava a battere sui tetti di scandole, il grande bosco continuava a sgrondare giù dai rami e dai tronchi. Il fumo dei camini indugiava sopra le case; le foglie si staccavano dai faggi, dalle betulle e dagli aceri e senza ondeggiare si posavano sul terreno fradicio dove le beccacce, ignare degli eventi umani, cercavano lombrichi e larve. Un pomeriggio giunsero dei soldati con dei pesanti elmi in testa, presero pollame, farina, uova, pane senza chiedere e senza ringraziare. E se ne andarono così, come erano venuti, tra la pioggia che continuava a cadere. Il freddo aveva rassodato il terreno e i passi risuonavano nel bosco. Ai caprioli erano cadute le corna e i piccoli branchi si radunavano nei solivi ad aspettare la neve. Anche i galli di monte si erano raggruppati e, nelle mattine meno fredde, facevano sentire i loro richiami dall’alto dei vecchi larici denudati. Una mattina il cielo dell’alba si mostrò lattiginoso e compatto; dall’Est venne quell’aria fredda che fa rabbrividire piante e animali e verso mezzogiorno incominciò un nevischio secco che rotolava dai tetti e sulle strade del bosco. Nel pomeriggio s’infittì e in breve tutto divenne bianco. Ora la neve cadeva vorticando senza posa e dalle finestre illuminate e attorno alle lampadine sui pali, i fiocchi danzavano vorticosi come a volte d’estate fanno a sera le nuvole di moscerini. I tassi dormivano nelle loro tane; gli urogalli erano volati sugli abeti più folti e più vecchi dove avrebbero trovato da cibarsi per la durata di qualsiasi nevicata; gli scoiattoli stavano rannicchiati dentro i nidi dei corvi; prima che la bufera arrivasse, le volpi avevano cacciato con più impegno e ora la provvista stava al sicuro.

I ragazzi che avevano seguito il primo corso di “operatore forestale” organizzato dalla Azienda Regionale delle Foreste del Veneto, tra qualche giorno avrebbero chiuso il primo periodo di scuola: anche la foresta d’inverno riposa! Intanto questa neve che vorticava senza posa dal mulino del cielo li aveva messi di buonumore e come i bambini felici, davanti alla Casa Forestale, giocavano e ruzzolavano come fanno i cuccioli dell’orso. Durante le settimane di scuola, divisi in tre squadre, avevano seguito i lavori dei vivai e dei boschi da seme, lavorato loro stessi nel Giardino Botanico e, nell’ultimo mese, nel bosco, abbattendo, sezionando le utilizzazioni boschive sotto la sorveglianza diretta dei loro maestri.

Ora, anche a loro la neve portava riposo. Tra qualche giorno ritorneranno alle loro case per passare l’inverno, studiando, facendo i maestri di sci, i fondisti. Ma con la primavera, a marzo, ritorneranno tutti tra le foreste del Cansiglio per imparare la grande lezione che il bosco sa dare a chi lo ama. Dopo due anni saranno “operatori forestali”, un lavoro faticoso e duro ma anche più “intellettuale” di molti altri perché non sarà nella “giornata” il risultato, ma nei secoli. Il tempo della foresta non è quello del campo, né del frutteto, nemmeno quello della vita di un uomo; le selve, oggi, sono più che mai indispensabili all’esistenza della Terra. Ai nostri nipoti dobbiamo lasciare un “Cansiglio” più bello ancora di questo pure bellissimo che Fulvio Roiter, con la sua magica macchina fotografica e i suoi occhi, ci fa vedere oltre il paesaggio. Dobbiamo resistere e superare i tempi delle piogge acide, della Cephalcia arvensis, dell’uomo consumista: è l’invito che ci viene da queste immagini.