Categoria: Libri
Editore: Piano B
Pagine: 195
ISBN: 9788893710824
Anno: 2020
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Per la prima volta in versione integrale in lingua italiana una raccolta di scritti di John Muir, pioniere della filosofia della wilderness e “padre” dei parchi nazionali statunitensi; fu grazie ai suoi scritti e al suo attivismo, infatti, che gli Stati Uniti decisero di elevare ad area protetta alcune delle aree più iconiche del Nord America, come la Yosemite Valley e il Sequoia National Park, inaugurando un modello di conservazionismo che è arrivato fino ai giorni nostri.

Andare in montagna è tornare a casa raccoglie dieci scritti di John Muir che sono altrettanti inni alla natura selvaggia. Per Muir, tutto in natura ha la capacità di suscitare meraviglia e di rimandare a un significato ulteriore, tanto semplice quanto vasto e denso di significato – un fiore sconosciuto, l’ululare del vento, la neve che cade, le montagne solo apparentemente immobili. Non vi è elemento, né forma di vita, che ai suoi occhi non sia degno di essere celebrato e compreso.
Dalla Yosemite Valley alle vette inviolate della Sierra Nevada fino ai ghiacciai dell’Alaska, le parole di Muir riescono a comunicare al lettore l’entusiasmo, il rispetto e una visione autenticamente spirituale della wilderness che lo hanno reso un’icona del moderno conservazionismo – il padre dell’ambientalismo mondiale.

In questi scritti, la gran parte dei quali inediti in Italia, lo sguardo del naturalista si combina a quello del poeta, e quello dello scienziato a quello dello scrittore, riuscendo a toccare la mente e il cuore in modo unico e forse irripetibile nella storia della letteratura naturalistica.

John Muir è stato uno dei primi conservazionisti moderni, pioniere della filosofia della wilderness e primo promotore dell’origine dei parchi nazionali statunitensi. Senza ombra di dubbio possiamo anche definirlo come uno dei primi “ambientalisti“, padre nobile di una stirpe. Eppure il suo nome non è così noto al pubblico italiano e bene ha fatto una piccola casa editrice di Prato – Piano B edizioni, che da anni propone saggi importanti dedicati alla wilderness – a portare alle stampe un libro che raccoglie dieci suoi scritti e delinea i tratti di un insolito e poliedrico personaggio contemporaneamente ingegnere, inventore, naturalista, esploratore, scalatore e scrittore.

Dobbiamo a lui la creazione di alcune aree protette degli Stati Uniti come la Yosemite Valley e il Sequoia National Park, scelte naturalistiche che hanno profondamente influenzato la volontà imitativa praticamente di tutti gli Stati. Il racconto che si sprigiona da questa raccolta di scritti è la narrazione di un lungo percorso di vita che ha portato Muir a conoscere rispettosamente la natura nella sua essenza. La natura selvaggia. Perché la natura è selvaggia e va rispettata, come lui stesso afferma: «Quando scopro una nuova pianta, mi accampo accanto a lei per qualche minuto o giorno, per fare la sua conoscenza e provare ad ascoltare cosa ha da dirmi… Ai massi che incontro chiedo da dove giungano, e dove stanno andando».

Dicevamo del suo poliforme background: un ingegnere/inventore amante della natura. Da un personaggio con queste caratteristiche non ti aspetteresti un’esistenza basata su un assioma così perentorio: «Non cieca opposizione al progresso, ma opposizione al progresso cieco»; è la base di una ricerca che afferma la necessità di ritrovare (e preservare) la natura selvaggia e considerare i parchi e le riserve non come fonte di legname e di acqua per irrigare ma come fonti di vita. «Tutti hanno bisogno della bellezza come del pane; luoghi in cui poter giocare e pregare, dove la natura possa guarire e rinvigorire il corpo come l’anima». Ne nasce un racconto di mille esplorazioni, di fatiche e pericoli, di sorprese e scoperte. I protagonisti sono alberi e animali, vette inviolabili e tramonti: «In questo mondo non c’è strada giusta che sia anche facile. Se vogliamo salvare le nostre vite, dobbiamo rischiarle. Nel peggiore dei casi scivoleremo soltanto e che magnifica tomba avremo; pian piano le nostre buone ossa gioveranno alla morena terminale».

La natura. Lo “stare fuori”. Il rispetto. Non l’economia.

E se partissimo da qui (a più di cent’anni dal suo decesso)?

(Recensione di Alessandro Mortarino).

Poi giunse la solenne, silenziosa sera. Lunghe e appuntite ombre blu uscirono fuori dalle distese di neve, mentre un bagliore rosato, all’inizio scarsamente visibile, aumentò gradualmente, pervadendo ogni vetta, facendo arrossire i ghiacciai e le inospitali rupi sopra di essi.” Di tutte le descrizioni che avrete letto dell’enrosadira, probabilmente questa è la più poetica, o merita in ogni caso un posto in classifica. John Muir riesce a trasmettere la curiosità e l’amore per ogni fenomeno naturale – sia esso minerale, vegetale o animale – in maniera estremamente lirica. Le sue descrizioni fanno viaggiare l’immaginazione, riportano alla memoria ricordi sepolti, fanno emozionare.

Alpinista ante litteram, esploratore, inventore, botanico, glaciologo e geologo, ma anche pastore, viaggiatore, scrittore, filosofo, conservazionista e attivista politico”, John Muir è pioniere della wilderness e “padre” dei parchi nazionali statunitensiAndare in montagna è tornare a casa. Saggi sulla natura selvaggia” raccoglie dieci suoi scritti, veri e propri inni alla natura selvaggia. Ogni cosa osservata, piccola o grande, dal picco più scosceso al crepaccio più profondo, dal vento alle tempeste, dal fiore più delicato al serpente a sonagli, riesce a suscitare la sua meraviglia e a risvegliare il suo senso di connessione con la natura. “Migliaia di persone stanche, esaurite, ipercivilizzate, stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è tornare a casa; che la natura selvaggia è una necessità; e che i parchi e le riserve montane non sono utili solo in quanto fonti di legname e di acqua per irrigare – ma come fonti di vita”. Il concetto dell’errato antropocentrismo si ritrova più volte nelle sue parole: “Ci viene raccontato che il mondo fu creato appositamente per l’uomo – una congettura non corroborata dai fatti. Numerosi uomini rimangono spiacevolmente sorpresi quando trovano nell’universo divino qualcosa, non importa se vivo o morto, che in qualche modo non possono mangiare o rendere […] utile ai propri fini”. Spiega come la stessa esistenza di malattie mortali, bestie feroci e piante piene di spine dimostri come il mondo non sia stato creato a nostro uso e consumo, e come queste ultime due vengano considerate “mali deplorevoli” da estirpare dal Pianeta.

Muir nel raccontare il paesaggio e la montagna riesce ad affiancare al lirismo anche la scientificità: con occhio attento nota come la scarsa vegetazione in alcune zone sia legata più alla mancanza di terreno – portato a valle dal ghiacciaio – che al clima aspro. E ha perfettamente chiaro come quello che vediamo sia in continuo divenire: “Qui, nel silenzio profondo e meditativo, tutti quei territori selvaggi sembrano starsene immobili, come se il lavoro della creazione si fosse compiuto. Eppure sappiamo che dietro a questa immobilità esteriore vi è un movimento e un cambiamento incessante. Di tanto in tanto delle valanghe cadono da alcuni picchi distanti. Questi ghiacciai legati ai dirupi, apparentemente incastrati e immobili, scorrono come l’acqua, frantumando le rocce sottostanti. I laghi lambiscono le loro sponde di granito e le consumano, e ognuno di questi rivoli e giovani fiumi, creando una musica nell’aria, accompagna le montagne alle pianure. Qui risiedono le radici di tutta la vita delle valli, e qui, più semplicemente che altrove, si manifesta l’eterno flusso della natura. Il ghiaccio si trasforma in acqua, i laghi divengono distese, le montagne si fanno pianure. E mentre contempliamo i metodi che la Natura usa per creare i paesaggi, e leggiamo le sue testimonianze scolpite sulle rocce, ricostruiamo, seppur in modo imperfetto, i paesaggi del passato, e apprendiamo anche che come questi paesaggi che ora vediamo sono succeduti a quelli dell’era pre-glaciale, così a loro volta essi stessi stanno appassendo e svanendo, per essere sostituiti da altri ancora non nati.”

Descrive il terremoto in maniera estremamente vivida e precisa, così come i venti in grado di distruggere interi boschi – cosa che non può non richiamare alla mente VaiaLe sue parole, anche se risalgono a più di cent’anni fa, ci parlano delle montagne che viviamo ancora oggi, degli animali che le abitano, dei pericoli che qualche volta ci si trova a correre – meravigliosi i racconti dei suoi incontri con gli orsi e della sua ascensione alla cima del Ritter. Con l’entusiasmo e gli occhi colmi di meraviglia di un bambino e le conoscenze di un saggio ci fa da guida nelle sue montagne (diversi monti, ghiacciai, sentieri, boschi, piante, animali, golfi, passi di montagna, spiagge, parchi e cascate portano oggi il suo nome), permettendoci di conoscere ancora meglio le nostre. E di pensare a queste parole quando assisteremo alla prossima alba in quota. “Com’è glorioso il saluto che il sole rivolge alle montagne! Poter assistere anche solo a questo vale mille volte le pene e i sacrifici di qualsiasi escursione. Le vette più alte ardevano come isole in un mare di ombre liquide. Poi il bagliore si riversò anche sui picchi e pinnacoli più bassi, e lunghe strisce di luce, scorrendo attraverso molti incavi e passaggi, cadevano fitte sulle distese gelate.”

Giulia Negri,  Montagna.tv

Tags: Wilderness  
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