Categoria: Libri
Editore: IUAV- Istituto Universitario Architettura Venezia
Pagine: 208
Anno: 2020
Note: Università Iuav di Venezia – Dipartimento di Culture del progetto

La selva torna nella cultura europea sia come immagine, capace di riassumere i caratteri dei luoghi e le modalità di attraversamento degli stessi, sia come realtà: l’avanzata dei boschi e la presenza di aree selvagge e selvatiche in città sono fatti concreti e in continua espansione. I due piani di lettura della selva, quello che la assume come figurazione per interpretare il reale e quello che la analizza come spazio evidente, chiedono la codifica di strumenti e modi per abitare questo luogo ignoto.

The sylvan returns to European culture both as an image, capable of distilling the character of places and the modalities of crossing them, and a reality: forests are advancing and the presence of wild and untamed areas within cities are a constantly expanding fact. The two levels of reading of the sylvan – the one taking it as a figuration through which to interpret reality and the other analysing it as evident space – require a codification of the tools and modes of inhabiting such an unknown locus.

INDICE

  • Editoriale | Editorial
  • Sara Marini, Nella selva | Wildness

Citazione | Quote

  • François Rabelais, Sylva

Inserto | Extra

  • Guido Scarabottolo, Grovigli | Tangles

Tutorial

  • Alessandro Rocca, Jacopo Leveratto, Thoreau e Kaczynski, la capanna mediatica. Costruire un manifesto | Thoreau and Kaczynski, the Media Cabin. Building a Manifesto

Progetti | Projects

  • Giovanni Corbellini, Double Why. 2Y House by Sebastián Irarrázaval
  • Paradigma Ariadné, Sylvan Interiors | Interni selvatici
  • Lara García Díaz, In the Forest of Marginalisation: Recetas Urbanas and the Centro Sociocomunitario Cañada Real Galiana | Nella selva dell’emarginazione: Recetas Urbanas e il Centro Sociocomunitario Cañada Real Galiana

Saggi | Essays

  • Dario Gentili, Federica Giardini, Selva e stato di natura: variazioni cinestesiche per il contemporaneo | Sylva and State of Nature: Kinesthetic Variations for the Contemporary
  • Emanuele Coccia, La natura comune. Oltre la città e la foresta | Common Nature. Beyond the City and the Forest
  • Nieves Mestre, Over-Designed Ecologies
  • Agostino De Rosa, Nel bosco, una notte, all’origine delle immagini | In the Woods, One Night, at the Origin of Images

Traduzione|Translation: WILDNESS

  • Barbara Boifava, Il selvatico come arte | Wild as Art
  • Lawrence Halprin, Wilderness e città | Wilderness and the City

Viaggi | Journeys

  • Luigi Latini, Domestico e selvatico. Un viaggio nelle foreste di Malus sieversii del Tien Shan, Kazakistan | ‘Domestico’ and ‘selvatico’. A Journey through the Malus sieversii Forests of Tien Shan, Kazakhstan
  • Lorenza Gasparella, Mondi paralleli nella selva. Tracce, orme, voli da seguire | Parallel Worlds in the Wilderness. Traces, Footprints, Flights to Follow
  • Andrea Pertoldeo, Viaggio in un roseto | Journey in a Rose Garden

Archivi | Archives

  • Liz Flyntz, Ant Farm’s Visions for 2020: A Wilderness of Tomorrows | Visioni di Ant Farm per il 2020. Una natura selvaggia del domani
  • Francesca Santamaria, Abitare il Real Bosco di Capodimonte | Inhabiting the Real Bosco of Capodimonte<

Racconto | Tale

  • Fabio Bozzato, Caracas, come non fosse mai stata là | Caracas, as If It Had Never Been There

Dizionario | Dictionary

  • Harold Fallon, Amanda F. Grzyb, Thomas Montulet, Guinda
  • Josep-Maria Garcia-Fuentes, Habitat
  • Ishita Jain, Immanence
  • Nicola Di Croce, Opaco
  • Annalisa Metta, Pan
  • Alessandro Gabbianelli, Quarto

UN ESTRATTO DALLA RIVISTA

Lawrence Halprin, Wilderness e città | Wilderness and the City, 1963

Come amante della wilderness ho la sensazione che la sua conservazione sia legata al progetto e alla pianificazione delle città. Questa mia considerazione potrebbe sembrare per alcuni smile al modo in cui i miei bambini reagiscono quando mia moglie dice loro che non possono mangiare il gelato alle quattro del pomeriggio, poiché rovinerebbe il loro appetito per la cena. Ritengo che tale analogia, non sia così lontana dalla realtà. Nel mio ruolo di architetto del paesaggio, fortemente coinvolto nella pianificazione, mi sembra mlto chiaro che la pressione sugli spazi selvaggi diverrà sempre maggiore. Questa pressione sarà di due tipi – la prima dettata dall’aumento del numero di persone desiderose di stare a contatto con la wilderness, e la seconda volta a fare in modo che la wilderness diventi di facile accesso, grazie a strade, autostrade, aerei e a nuovi mezzi di trasporto. Più la wilderness diverrà accessibile e più belli saranno i libri editi dal Sierra Club volti ad esaltarne lo splendore, maggiori saranno le tensioni prodotte dalla nostra cultura, tensioni che soltanto il contatto con la Natura sarà in grado di attenuare; maggiore sarà la forza con cui le persone saranno attratte dalle risorse della wilderness, per poi distruggerla.

Perché la wilderness, come tutti sappiamo, è qualcosa di estremamente fragile. La sua essenza è composta da un insieme di isolamento, solitudine, privacy, da una sorta di ritorno atavico ai rapporti ancestrali. È difficile poterne cogliere l’essenza quando si è circondati da centinaia di persone, e quando l’esperienza nella wilderness viene turbata da cose semplici come una lattina di birra lasciata su una roccia, o dall’involucro di una gomma da masticare gettato ai bordi del sentiero. Una volta, una radio a transistor riuscì a rovinare completamente la giornata che io e alcuni amici stavamo trascorrendo sulla Sierra a 3000 metri di altezza.

Ciò che sto tentando di proporre è una distinzione tra quella che è la vera esperienza nella wilderness e il bisogno che tutti noi abbiamo di sperimentare la natura – nella quiete di un sentiero boscoso o di un’attività come la pesca. I nostri bisogni dovrebbero essere soddisfatti nelle città. Se le nostre città fossero progettate con cura in modo da garantire il tipo di ambiente di cui necessitiamo, potremmo quotidianamente adottare uno stile di vita più creativo, senza il bisogno pressante di entrare in contatto con la wilderness, se non per accedere a quelle qualità speciali e uniche che solo la wilderness può fornire. Se la città fosse un bellissimo ecosistema e garantisse quei servizi che potrebbe e dovrebbe fornire, il desiderio di fuggire diverrebbe meno urgente e l’ambiente in cui viviamo sarebbe in grado di appagare le nostre esistenze.

Purtroppo, le nostre città non hanno garantito ai loro abitanti un ambiente creativo ed ecologicamente funzionale in cui vivere. Specialmente qui in America, le città non posseggono quasi nessuno dei requisiti ambientali necessari per trattenere le persone. Hanno grandi mercati, alveari di attività, centri commerciali e finanziari, terminal ferroviari e sono luoghi dove accumulare rapidamente enormi fortune. Ma non sono grandi opere d’arte all’interno delle quali poter condurre un’esistenza creativa, viva e vitale. Vi sono state alcune città che hanno tentato di realizzare questo tipo di modello ambientale; in America, San Francisco è certamente un esempio. Parigi, Roma, Gerusalemme, Firenze sono altri casi esemplari. Mentre a Dallas, Los Angeles o New York ci si deve spostare almeno nei sobborghi se si desidera mantenere il proprio equilibrio mentale. E una volta che vivi nelle periferie, come in una lattina di sardine, circondato da pali telefonici, strade sopraelevate, parcheggi di auto usate, l’ambiente del vivere non migliora più di tanto. Perciò carichiamo i bambini sull’auto e partiamo per il campeggio. Almeno in questo modo riusciremo a lasciarci tutto alle spalle.

Ma supponiamo che non vi sia il bisogno di allontanarci da ogni cosa. Supponiamo che le nostre città siano meno congestionate dal traffico e dai fumi inquinanti, perché alle auto sia permesso di circolare limitatamente ad alcune zone, anziché dappertutto. Supponiamo che vi siano enormi parchi a collegare le città e che grazie a queste greenway dove passeggiare o semplicemente sostare per un picnic, si possa quotidianamente godere del contatto con la natura.

Supponiamo che vi siano grandi piazze urbane circondate da marciapiedi con caffé, ristoranti e gallerie d’arte all’aperto. Supponiamo che i nostri waterfront non siano stati saccheggiati dalle regole del commercio e non siano stati interrotti da strade sopraelevate che li separano dalla città, rovinandone completamente il panorama. Supponiamo che gli edifici più alti siano immersi nel verde, e che i tetti, anziché essere utilizzati solo per prese d’aria, macchinari, catrame e ghiaia, siano dei bellissimi giardini pensili dove sia possibile una dimensione completamente nuova della vita. Supponiamo che lo skyline non divenga sempre più grande, ma bensì cresca in maniera più programmata, di modo che ogni nuovo edificio non ostruisca la vista degli altri e non rovini la qualità delle nostre città.

Supponiamo che la città non tenda a confondersi con il grigio anonimato delle periferie lasciando solo detriti nella scia del suo sviluppo. Ma bensì che abbia un contorno – che la città abbia un limite chiaro e che, come dovrebbe essere per tutti gli organismi, abbia una forma delineata percepibile. E che oltre questo contorno vi siano grandi cinture verdi, parchi e giardini a uso della popolazione – per scopi ricreativi, rigeneranti, oltre che per dividere le città le una dalle altre. Supponiamo che anziché essere pensate come un bene finanziario – le città siano progettate per soddisfare i bisogni reali degli esseri umani, compresi i nostri bisogni biologici, come in una gerarchia di spazi aperti – ognuno in relazione con l’altro – ognuno destinato a svolgere la propria funzione di origine della vita urbana. In questo caso avremmo finalmente un tipo di città in cui le persone desidererebbero vivere, rimanere e poterne godere. Si tratterebbe di un modello di città in grado di soddisfare l’esistenza di ciascuno e che, parafrasando, diverrebbe di fatto “una città per tutte le stagioni”.

Questo tipo di approccio potrebbe far sì che la wilderness rimanga un’enorme risorsa, un evento speciale. Non semplicemente un luogo dove pescare, cacciare, in cui rifugiarsi o inquinare, ma bensì un posto molto speciale in cui compiere una sorta di pellegrinaggio – qualcosa di cui godere in quanto tale. Infatti, solo una città splendida così progettata potrebbe salvaguardare la wilderness attraverso la sua stessa esistenza. Ricordo con grande chiarezza la più importante esperienza urbana che io abbia mai vissuto, poiché fortemente legata all’esperienza della wilderness. Fu a Venezia, in inverno – la splendida piazza, che Napoleone definì il più bel salotto d’Europa, di fronte alla Basilica di San Marco, era deserta. Faceva freddo e c’era la nebbia, la punta del campanile era fievolmente illuminata da un raggio di sole che filtrava sopra la bassa foschia marina.

C’era l’alta marea e l’intricata pavimentazione di pietre bianche e nere era ricoperta da una sottile pellicola d’acqua. Non vi era alcun rumore – nessun tubo di scappamento, nessun autobus. Una quieta assoluta regnava nel cuore della magnifica città. Si percepiva in lontananza il canto di alcuni giovani. D’improvviso il cielo si oscurò e la piazza si riempì del battere d’ali di migliaia di uccelli, il rumore aumentò e aumentò ancora, fino a diventare assordante, e la piazza prima deserta fu invasa dai piccioni. Il rumore era incredibile – quasi spaventoso. Erano venuti a cibarsi, e una volta che ebbero terminato si allontanarono con la stessa rapidità con la quale erano arrivati e la grande piazza divenne di nuovo vuota e silenziosa.

Traduzione a cura di Barbara Boifava

VESPER No. 3 - NELLA SELVA

Università Iuav di Venezia, Rivista di architettura, arti e teoria, Autunno/Inverno 2020

 

 

Tags: Wilderness  
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