Dall’invasione dei boschi ai tagli “utili”: tutti i falsi miti sulle foreste italiane.

Ci sono alcuni luoghi comuni che, se non sfatati, fanno comodo agli appetiti insaziabili di un’industria in cerca di nuove opportunità di guadagno facile.

Sasso Fratino. Foto: A. Bottacci

Fonte: Mountain Wilderness Italia

Alcuni luoghi comuni “di tendenza” relativi alla situazione forestale italiana.

Mito n°1: in Italia i boschi cominciano a diventare persino invadenti, siamo tra le nazioni più ricche d’Europa in quanto a foreste, come la Finlandia o i paesi balcanici; si parla addirittura di “perdita di paesaggio” in un Paese dove l’uomo, presente da tantissimo tempo, non ha una vera vocazione forestale e quindi l’avanzata dei boschi va regimata o arrestata per non modificare il paesaggio storico.
Mito n°2: i boschi, specialmente quelli impiantati dall’uomo, sono equiparabili a manufatti e quindi vanno tenuti puliti e in ordine, altrimenti si degradano. Di conseguenza, la “gestione attiva” (inspiegabilmente considerata sinonimo di “gestione forestale sostenibile”) sarebbe lo strumento più idoneo a mantenere in efficienza i soprassuoli forestali e a massimizzare la fornitura dei servizi ecosistemici.
Mito n°3: dai nostri boschi si può produrre energia rinnovabile attraverso un incremento dei tagli, per ottenere biomasse e l’avvio di circoli virtuosi di liberazione (attraverso le combustioni) e recupero del carbonio (attraverso la successiva ricrescita degli alberi).

La prima tesi è del tutto infondata. La media europea di copertura forestale è del 44%, in Italia raggiungiamo il 33%.
Storicamente, nel nostro Paese la selvicoltura è stata applicata per lo più alle foreste alpine, molto meno a quelle prealpine e quasi per nulla sull’Appennino; unica eccezione le Foreste demaniali dello Stato dove, soprattutto nel dopoguerra, sono state ricostituite le aree deforestate nei due secoli precedenti. Parliamo comunque di superfici che, per quanto vaste, rappresentano una piccola estensione se paragonate alla superficie forestale complessiva, in maggioranza di proprietà privata, ma anche comunale e regionale. L’ipotesi dello “straordinario” aumento della superficie forestale perde di validità se non indichiamo il periodo di riferimento: una cosa è confrontare la copertura forestale attuale con quella degli anni ’50 (con l’indice forestale italiano ai minimi storici), un’altra è confrontarla con la superficie forestale potenziale che avremmo in assenza dell’azione antropica.

La qualità dei nostri boschi rimane scarsa ed il loro volume medio è molto lontano da quello degli Stati europei più tipicamente “forestali”. Circa il 75% della superficie forestale italiana è governata a ceduo, una pratica anacronistica e con un grande impatto negativo, che prevede il taglio raso di vaste superfici di bosco ad intervalli di tempo molto ravvicinati (14/20 anni); oltre ad esporre interi versanti ad intensa erosione, fa sì che gran parte dei nostri boschi abbia una struttura densa, intricata, difficilmente percorribile, ricavando quasi esclusivamente materiale di basso valore (legna da ardere e biomassa da energia), molto lontano dal legno da opera che invece rappresenta una voce importante delle nostre importazioni. Si tratta di un settore con ampie aree di illegalità che, insieme a notevoli finanziamenti pubblici, svolgono un ruolo fondamentale per la sopravvivenza del settore stesso: caporalato, lavoro nero con mano d’opera proveniente in prevalenza dall’Europa orientale e dal Nordafrica, scarso rispetto delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, evasione fiscale massiva. Tutti aspetti non degni di un Paese europeo.

La seconda tesi è vera solo in parte. Studi scientifici hanno dimostrato che le foreste, anche quelle impiantate dall’uomo, seguono processi naturali che vanno verso l’aumento della complessità e della stabilità. La “manutenzione” diviene necessaria solo in presenza di infrastrutture – come strade, ponti e simili – dove gli alberi cadendo possono, indirettamente o direttamente, provocare danni. Le foreste hanno un percorso di evoluzione autonoma di circa 300 milioni di anni, mentre il loro incontro con l’azione dell’uomo risale a poche migliaia di anni fa: non hanno alcun bisogno di noi, esistono da prima che esistesse l’uomo e all’uomo sopravvivranno.

Questo non significa che non si debba usare il legno, ma è indispensabile partire dal presupposto che ogni nostro intervento crea, in qualche misura, un disturbo al bosco; con umiltà intellettuale dovremmo operare imitando e seguendo la Natura, non contrastandola o addomesticandola. Se vogliamo raggiungere una vera e moderna economia forestale dobbiamo puntare a due cose: lasciare che le foreste divengano più evolute e stabili, ed intervenire con i prelievi avendo cura di creare il minor disturbo possibile al sistema biologico.

Infine, i “circoli virtuosi” legati alla produzione di energia verde rinnovabile manifestano gli appetiti insaziabili di un’industria in cerca di nuove opportunità di guadagno facile. Bruciare la legna di un bosco provoca il rilascio immediato di CO2, il processo inverso (assorbimento dell’anidride carbonica emessa, tramite la fotosintesi) richiede tempi decisamente molto più lunghi. Intensificare i tagli per produrre energia, oltretutto in modo scarsamente efficiente, serve solo a trasformare i boschi da serbatoi di anidride carbonica in sorgenti di questo pericoloso gas serra. Il taglio del ceduo, inoltre, influenza negativamente anche molti altri servizi ecosistemici. Ad esempio incrementa l’erosione di una risorsa preziosa come il suolo, dove si trovano immagazzinate grandi quantità di carbonio organico e dove si svolgono i processi di base che mantengono vitali gli ecosistemi forestali.

Oggi abbiamo la straordinaria occasione di creare “foreste evolute”. Nessun periodo storico, negli ultimi secoli, è mai stato così favorevole. Per alcuni decenni lo scarso interesse per la legna da ardere ha permesso a molti boschi di crescere ed evolvere verso strutture più stabili, più efficienti e più capaci di fornire materiali legnosi di qualità e servizi ecosistemici indispensabili per la sopravvivenza dell’uomo. Tornare indietro, utilizzando di nuovo queste superfici col taglio del ceduo, sarebbe uno spreco economico ed ambientale.

Far crescere i boschi esistenti e piantarne di nuovi è il modo più sicuro, veloce ed efficace per ripulire la nostra atmosfera e combattere il cambiamento climatico globale. Abbiamo deforestato per millenni, è arrivato il momento di invertire il processo: tutelare le aree forestali in crescita, piantare miliardi di alberi su milioni di ettari, estendere le buone pratiche forestali ad alto livello conservativo, rispettose del bosco ed in grado di fornire il legname che ci serve senza produrre danni. La foresta significa suolo, acqua e aria pulita, conservazione della biodiversità, miglioramento del clima, benessere per la società, produzione legnosa responsabile. È questo l’obiettivo che dovremmo porci tutti a favore della generazione presente e di quelle future.

Aldo Loris Cucchiarini – coordinatore CEAF (Centro Educazione Ambientale Forestale delle Foreste Casentinesi) e Guida Ambientale Escursionistica – Mountain Wilderness

Alessandro Bottacci – docente incaricato di Nature Conservation Università degli Studi di Camerino.