Tra Siror e San Martino di Castrozza hanno costruito un percorso ciclabile che attraversa il bosco. Il tracciato utilizza in prevalenza preesistenti strade forestali che con le “semplificazioni” post-COVID si saranno probabilmente potute ricongiungere, violando la norma che vietava, a tutela della integrità del bosco e della fauna selvatica, il loro ricongiungimento. Ma per un breve tratto hanno fatto di peggio: hanno “cementificato” un tratto di sentiero.

Quel percorso l’ho fatto molti anni fa, camminando: il modo migliore per essere ospiti della montagna. L’ansia da “ripartenza” post COVID sta accentuando il processo, in corso da decenni, della trasformazione della montagna in “parco divertimenti”. Mi chiedo se è stata fatta una V.I.I.A. Valutazione “Indipendente” di Impatto Ambientale e se l’uso di “cemento ecologico” (per la cui produzione comunque si emette CO2) basti ad appiccicare a questa aggressione al bosco a mano cementificatoria il marchio della “sostenibilità”.

Sembra che sulla destra orografica del torrente Cismon vogliano asfaltare le strade forestali che a mezza costa attraversano l’habitat del gallo cedrone e che portano da Primiero a San Martino di Castrozza. Povero Primiero, povera montagna, povero bosco e la sua fauna. È l’ennesimo episodio di intolleranza verso il buon senso, prima ancora che verso qualsiasi discorso ecologico.

La montagna negli ultimi decenni è come una miniera da sfruttare, anche se, prima o poi, la vena danarosa si esaurirà perché le infrastrutture e le cementificazioni, pensate per agevolare la fruizione turistico-commerciale, comprometteranno irrimediabilmente l’oggetto della stessa fruizione turistica.
È un massacro lento e costante che l’ansia post-COVID sta accelerando.
È un massacro portato avanti, all’unanimità, dal Partito Trasversale del Cemento che fa fronte alla necessità di arginare lo spopolamento della montagna applicando ricette che la assassinano definitivamente, irreversibilmente, irresponsabilmente.

Il dibattito sull’apertura degli impianti sciistici è surreale, sia per l’emergenza pandemica che stiamo vivendo, sia per l’assenza di visione di quello che ha subito la montagna negli ultimi decenni, in termini di cementificazione, di impiantistica, di antropizzazione, di urbanizzazione: tutti fenomeni che stanno comportando perdita di habitat per la flora, per la fauna, dissesti franosi e conseguente cantierizzazione diffusa. Una trasformazione della montagna in parco divertimenti, stile località balneare, che viene presentata come l’unica via di salvezza per gli abitanti della montagna. E, in più, ci sono gli effetti dei cambiamenti climatici e di Vaia che ci imporrebbero di fermare il massacro della montagna e non di accelerarlo.

Il governatore del Veneto ha definito “irrinunciabili”, sia i passaggi delle grandi navi sul Canale della Giudecca, sia il traffico automobilistico lungo i passi dolomitici e a ridosso delle cime dolomitiche "Patrimonio dell'Umanità".
Il governatore del Veneto stanzia centinaia di milioni per un grande carosello che colleghi più comprensori sciistici, per il collegamento Padola-Passo Monte Croce, per nuovi impianti sul Nevegal e riceve un ringraziamento pubblicitario ed elettorale per la devastazione OLIMPICA delle Tofane e dei boschi e dei prati sopra Cortina, del tutto incapace di cogliere gli avvertimenti della natura e di una lungimirante visione sul futuro della montagna nel tempo dei cambiamenti climatici.

Questa depauperazione della “risorsa montagna”, oltre ad esporre territori e popolazione alpina ad eventi meteorologici estremi, compromette l'attrattività della montagna, sempre più artificializzata, verso coloro che la amano e vengono privati del diritto ad un rapporto sano e naturale con la montagna.
La montagna, trasformata in un affollato parco divertimenti, rende impraticabile una strada alternativa, anche economica, realmente sostenibile. Una strada alternativa per resistere allo spopolamento e alla perdita di biodiversità della montagna è praticabile se cessiamo di ferirla con cieche pretese di natura commerciale di brevissimo respiro.

Un’economia della montagna è possibile con l'agricoltura e la zootecnia di montagna e relative attività di trasformazione e commercializzazione agro-alimentare , con la selvicoltura (non quella prevista dal Testo Unico in materia di foreste e filiere forestali che vede i boschi solo nella loro funzione produttiva di biomasse), con l’artigianato e la filiera del legno, con il telelavoro, con il turismo sanitario e salutistico, con il turismo verde. Queste sono solo alcune delle attività che possono garantire uno sviluppo economico, senza iperbole, ma costante nel tempo, sostenibile appunto.

Infine, riprendendo la surreale disputa sull’apertura degli impianti di discesa, credo che sulla neve si possano fare, in un futuro senza Covid, molte attività oltre allo sci da discesa: dalle passeggiate alle ciaspolate, dalle discese in slittino allo sci da fondo, dallo sci-alpinismo all'escursionismo in generale.
Credo che la neve artificiale abbia un prezzo ambientale ed economico che fa andare in perdita sia l’ecosistema naturale dei versanti alpini su cui viene sparata, sia gli enti che gestiscono gli impianti e i cui debiti, per gli altissimi costi di gestione, vengono sistematicamente ripianati dai soldi dei contribuenti.
Credo che già oggi ci sia una enorme offerta di impianti e di piste che hanno trasformato la montagna in un parco divertimenti e che creare nuovi collegamenti, nuovi caroselli e nuovi eventi “panem et circenses” oltre a quelli che già ci sono, sia demenziale, specie senza prima aver portato via i rottami di centinaia di impianti dismessi.

Dante Schiavon